Putin: «La guerra sta finendo». E per i negoziati con l’Ue sogna Schröder
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Redazione Esteri
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Sulla Piazza Rossa, i carri armati non c’erano. Per la prima volta da quasi due decenni – una assenza che stride violentemente con la retorica trionfalistica del Cremlino – la parata del Giorno della Vittoria si è trasformata in una cerimonia snellita, quasi timida, durata appena quarantacinque minuti e blindata da misure di sicurezza eccezionali. È in questo contesto, segnato dalla paura degli attacchi con droni ucraini e da un fragoroso ridimensionamento della potenza di fuoco esibita, che Vladimir Putin ha scelto di lanciare la sua bomba diplomatica: «Penso che questo stia per finire». Un’affermazione, quest’ultima, destinata a rimbalzare nei palazzi del potere occidentale come un segnale tanto atteso quanto ambiguo, considerando che solo poche ore prima lo stesso leader aveva rivendicato con orgoglio la conduzione dell’«operazione militare speciale» contro Kiev e l’intero blocco Nato.
Il presidente russo, al termine di una giornata in cui nemmeno un missile o un carro armato hanno sfilato sotto gli occhi del mondo, ha provato a giocare la carta della stanchezza strategica. Da un lato, ha ribadito che la situazione sul campo resta “grave”, riconoscendo implicitamente le crescenti difficoltà di una macchina bellica che subisce danni seri non solo nelle retrovie ma anche nelle infrastrutture energetiche e industriali; dall’altro, ha però aperto un varco inatteso al tavolo del dialogo con l’Unione Europea. Non è un’apertura incondizionata, sia chiaro: si tratta piuttosto di una mossa calibrata per testare le reazioni europee, visto che Mosca ha sempre dipinto Bruxelles come un burattino nelle mani di Washington. E se l’Europa vuole davvero parlare, Putin ha già in mente il suo interlocutore ideale: l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder.
La tregua di Trump e il veto strisciante del Cremlino
Mentre Mosca festeggiava in sordina l’81° anniversario della sconfitta del nazifascismo, sullo sfondo si agitava la frenesia diplomatica di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da più di un anno, si è affrettato ad annunciare ai propri concittadini un cessate il fuoco "di tre giorni" mediato dagli Stati Uniti, accompagnato da uno scambio di prigionieri nella proporzione di mille per mille, descrivendo l’intesa come «l’inizio della fine» del più sanguinoso conflitto europeo dalla Seconda guerra mondiale. Peccato che, appena giunta la fredda alba moscovita, il Cremlino abbia provveduto a spegnere gli entusiasmi con un secchio d’acqua gelata.
Il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, riprendendo il testimone dalle dichiarazioni di Putin, ha infatti precisato che la speranza di una estensione automatica della tregua è “infondata” e che non è stato raggiunto alcun accordo nuovo per una pace duratura. Le parole del leader americano, insomma, sono state accolte a Mosca non come una svolta epocale, ma come una semplice parentesi tattica: utile per evitare che i droni ucraini rovinassero la festa del 9 maggio, ma certamente non sufficiente a congelare un conflitto che ormai logora entrambe le economie. Anzi, mentre la propaganda russa parlava di fine imminente, le forze sul campo si scambiavano già reciproche accuse di violazione del cessate il fuoco, dimostrando quanto sia profondo il baratro di sfiducia che separa le due trincee.
Schröder, il fantasma del dialogo tra Mosca e l’Europa
La vera notizia, tuttavia, è un’altra ed è di natura squisitamente politica. Accettando la proposta di mediazione avanzata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa – il quale aveva spinto per un coinvolgimento diretto di Bruxelles evitando di essere marginalizzato da un eventuale asse Washington-Mosca – Putin ha indicato un nome preciso per guidare i futuri negoziati: Gerhard Schröder. La scelta, lungi dall’essere casuale, rappresenta una provocazione studiata a tavolino. Schröder, che guida il Governo tedesco fu un convinto sostenitore della politica di distensione energetica con Mosca, è oggi una figura politicamente scomoda in Europa per la sua ostinata vicinanza al Cremlino anche dopo l’invasione dell’Ucraina.
Indicandolo come “negoziatore ideale”, il leader russo non solo riapre la porta a un canale privilegiato con la vecchia Europa, ma tenta di scavalcare la gerarchia istituzionale dell’Unione, cercando un interlocutore che percepisce come più malleabile. Questa mossa, tipica della diplomazia russa, mira a insinuare il dubbio tra i partner europei e a creare falle nel muro di sanzioni e isolamento che circonda Mosca. Dopotutto, se la guerra sta davvero “finendo” come dice Putin – e lo dice in una celebrazione ridotta all’osso per paura degli attacchi, circostanza che rivela la fragilità tattica del momento – allora è il momento di piazzare i pezzi sulla scacchiera per la pace futura. E Putin, da ex uomo dei servizi, sa bene che un buon negoziatore a volte si sceglie in base alla sua debolezza, non alla sua forza.
Le crepe della macchina da guerra e la parata dimezzata
Per comprendere appieno il senso di queste dichiarazioni, occorre guardare la scena che faceva da sfondo al discorso di Putin. La cancellazione delle sfilate di mezzi pesanti non è stata una scelta di stile, ma un atto dovuto. Le agenzie di stampa russe hanno parlato di “motivi di sicurezza”, ma gli analisti vedono in questo ridimensionamento il segnale più evidente di un conflitto che non può più essere venduto come una vittoria facile. In molte regioni della Federazione, dalle rive del Volga fino a Kaliningrad, le celebrazioni sono state annullate del tutto o spostate online; a Mosca, le strade intorno al Cremlino erano deserte e persino l’accesso a Internet è stato limitato per ragioni di sicurezza.
È in questo scollamento – tra la retorica della “vittoria imminente” e la realtà di una parata blindata e senza carri armati – che si coglie la vera essenza delle parole del presidente. L’apertura ai negoziati, la citazione di Schröder e l’ammissione che la situazione è “grave” sono frammenti di una narrazione che sta mutando pelle. Dopo anni di guerra di posizione, lo Zar sembra aver capito che è giunto il momento di sedersi al tavolo, anche se solo per dettare le condizioni di una resa dei conti congelata. La scelta dell’Ue come interlocutore – unita alla frecciatina per cui “altrimenti, scelgano loro un leader di cui si fidano” – è un tentativo esplicito di indebolire la coesione transatlantica, giocando la carta di una pace negoziata che escluda (o quantomeno ridimensioni) il peso degli Stati Uniti e della Nato nella futura architettura di sicurezza europea.
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