Putin spiazza l’Occidente: “La guerra in Ucraina sta per finire”
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Redazione Esteri
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La lunga giornata di ieri, cominciata con una parata sulla Piazza Rossa priva di carri armati e missili (una scelta che molti analisti hanno letto come un segnale di cautela dettata dalla minaccia dei droni ucraini), si è conclusa con una dichiarazione che ha colto di sorpresa le cancellerie internazionali. Al termine delle celebrazioni per l’81° anniversario della vittoria sul nazifascismo, Vladimir Putin ha usato parole che suonano come un vero e proprio spartiacque verbale: “Penso che la sfida con la Russia stia per finire, anche se la situazione resta grave”. Nessun cenno, nella sua analisi a caldo, a una resa o a una ritirata; il presidente russo si è limitato a fotografare l’avvicinarsi di un epilogo, senza chiarire se questo significhi la conquista totale del Donbass, una vittoria militare schiacciante o, al contrario, un compromesso negoziale strappato sull’orlo del baratro.
La tregua di Trump e lo scambio di prigionieri
La previsione del Cremlino arriva mentre sugli schieramenti si è appena richiusa una tregua simbolica di tre giorni, voluta dalla Casa Bianca. L’amministrazione del presidente Trump, che da ormai più di un anno siede alla Casa Bianca, era riuscita a strappare un’intesa per sospendere le ostilità dal 9 all’11 maggio, in concomitanza con le festività russe. Un’idea – aveva spiegato il leader americano – nata per arginare quella che lui stesso ha definito “una follia”: il sacrificio di 25.000 giovani soldati al mese. L’accordo prevedeva, insieme alla pausa nei combattimenti, uno scambio di prigionieri da mille uomini per parte. Un meccanismo, questo del rilascio dei detenuti, che ha funzionato da collante per tenere insieme la tregua, nonostante le inevitabili fibrillazioni. Kiev e Mosca, infatti, non hanno perso tempo nel riversarsi addosso accuse reciproche di violazione degli impegni presi, alimentando il clima di diffidenza che da sempre avvelena i tentativi di pacificazione.
Il Cremlino frena gli entusiasmi occidentali
Ancor prima che la polvere della parata si posasse, il Cremlino ha però provveduto a gelare gli entusiasmi generati dalla tregua. Se Trump aveva auspicato che la pausa potesse proseguire oltre l’11 maggio, trasformandosi in un cessate il fuoco più stabile, le parole del presidente russo sono parse un tentativo di riprendere il controllo della narrazione. “Combattiamo contro una forza aggressiva sostenuta e armata dall’intero blocco della Nato” ha tuonato Putin dal palco, incassando l’applauso delle truppe schierate. Una frase che suona come la fotografia esatta di una guerra che, anche se in procinto di chiudersi, resta per Mosca uno scontro per procura con l’Occidente.
Il negoziatore scomodo: l’ex cancelliere Schröder
E proprio aprendo uno spiraglio verso l’Europa, Putin ha rivelato il nome del suo interlocutore ideale per un futuro tavolo di pace. “Sono pronto a parlare con l’Ue”, ha dichiarato a sorpresa, aggiungendo di immaginare come mediatore perfetto l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Una scelta, quella del politico socialdemocratico, che per gli osservatori non è affatto casuale. Schröder, da tempo legato da rapporti di amicizia e di affari con il mondo energetico russo, è una figura scomoda per Bruxelles, e la sua candidatura è sembrata più un modo per destabilizzare l’asse europeo che una reale disponibilità a trattare con gli attuali leader del continente.
Simbolismi di guerra e assenza di mezzi pesanti
La giornata di ieri è stata comunque una cartina al tornasole delle difficoltà logistiche e militari della federazione. Il fatto che nella “parata della vittoria” non siano sfilati i consueti missili e carri armati – elementi cardine della potenza russa – è stato un dettaglio che non è sfuggito agli analisti. Una scelta giustificata ufficialmente con le esigenze del fronte, dove quei mezzi sono attualmente dispiegati in combattimento, ma che molti hanno letto come un prudente abbassamento del profilo di fronte alla crescente minaccia dei droni nemici. Mosca, insomma, celebra la fine imminente del conflitto, ma lo fa con la guardia alta, blindata da misure di sicurezza eccezionali e con lo sguardo rivolto a un futuro negoziato che, a questo punto, sembra l’unica strada percorribile percorribile per evitare un logoramento senza fine.




