Miart, trent’anni al MiCo: tra maestri del Novecento e nuove contaminazioni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il quartiere CityLife si appresta a ospitare, nella South Wing dell’Allianz MiCo, la trentesima edizione di miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea diretta da Nicola Ricciardi che, da domani fino a domenica, intende riscrivere le coordinate della propria identità espositiva. Abbandonando il tradizionale layout lineare, la manifestazione organizzata da Fiera Milano ha scelto di articolarsi su tre livelli distinti, un azzardo architettonico che trasforma la visita in un percorso progressivo dove il visitatore, complice l’ispirazione musicale di John Coltrane, si muove come in una jam session tra le epoche e i linguaggi. A fare da contraltare a questa sperimentazione logistica, che privilegia spaziature più vicine al museo che al classico padiglione fieristico, troviamo una selezione più rigorosa di espositori: 160 le gallerie provenienti da 24 Paesi, un decimo in meno rispetto allo scorso anno, a testimonianza di una volontà precisa di concentrarsi sulla qualità e sulla ricerca piuttosto che sull’espansione quantitativa.

La sezione Established e le grandi firme del contemporaneo

Al Level 0 della South Wing, la sezione principale Established accoglie i visitatori con un parterre di 111 gallerie che attraversano con disinvoltura il Novecento e il presente, mettendo in dialogo maestri dell’arte moderna e ricerche contemporanee. In questo contesto, realtà storiche come Massimo De Carlo, Lia Rumma e Poggiali si affiancano a firme internazionali del calibro di Sadie Coles HQ e Buchholz, confermando il ruolo della fiera come calamita gravitazionale per mercanti e collezionisti. Qui, la convivenza tra linguaggi differenti non è casuale ma risponde a una necessità strutturale, laddove il design da collezione e le progettualità d’autore trovano lo stesso spazio espositivo riservato ai capolavori del primo Novecento. Tra le presenze più attese in questo piano, spiccano le esposizioni curate da Galleria Mazzoleni, che ripercorre la storia delle manifatture ceramiche di Albisola, e quelle di Maurizio Nobile Fine Art insieme a Galleria d’Arte Frediano Farsetti, ciascuna delle quali propone un racconto capillare delle trasformazioni estetiche italiane.

Established Anthology: il tempo come materia espositiva

Salendo al piano 2, prende forma la vera novità di questa edizione, la sezione Established Anthology, che riunisce venti gallerie internazionali attorno a un obiettivo comune: raccontare la complessità, le traiettorie e le metamorfosi del tempo. Lontana dalla cronologia lineare, questa meta-sezione concepita come una “fiera boutique” all’interno di quella tradizionale utilizza esposizioni tematiche e focus monografici per esplorare ciclicità, oblio e memoria, spesso attraverso salti generazionali azzardati. Un esempio tangibile è il progetto di APALAZZOGALLERY, che accosta le opere di Francesco Vezzoli a quelle di Sonia Boyce, mentre Tornabuoni Arte mette in scena un dialogo serrato tra le ricerche pionieristiche di Lucio Fontana e Alighiero Boetti, entrambi accomunati da una riflessione radicale su spazio e materia. In questo stesso contesto, la Galleria Lia Rumma e Gian Enzo Sperone presentano progetti che celebrano figure storiche e artisti contemporanei, mentre la berlinese ChertLüdde affida al neon dell’italo-tunisina Monia Ben Hamouda il compito di ricordare che la storia, anche quella più frammentata, accade sempre fuori dalle mura che la contengono.

Il contesto e la direzione musicale dell’edizione 2026

L’intera manifestazione, che si protrarrà fino al 19 aprile, è attraversata da un ritmo composito ispirato al jazz, inteso come arte dell’improvvisazione collettiva; non a caso il titolo scelto per l’anno è “New direction: miart, but different”, un omaggio esplicito al celebre album del 1963 di John Coltrane nel centenario della nascita. Questo cambio di passo, reso possibile anche dal trasferimento nella nuova sede di CityLife, arriva in un momento complesso per il mercato dell’arte, che risente delle tensioni internazionali e che costringe gli operatori a reinventare continuamente i formati espositivi. Lo conferma il direttore Ricciardi, il quale ha sottolineato come, in tempi difficili, l’unica soluzione sia quella di complicarsi ulteriormente la vita per rimanere al passo con un presente liquido. Le gallerie, dal canto loro, sembrano aver accolto la sfida: molte di esse hanno scelto una radicalità inedita, puntando su progetti monografici e stand che sacrificano la varietà commerciale in favore di una coerenza estetica quasi museale, capaci di rafforzare l’identità del progetto espositivo attraverso una cura meticolosa che, in qualche caso, sfiora la performance curatoriale.

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