La guerra in Iran, la scadenza dei 60 giorni e la strategia di Trump per aggirare il Congresso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione Trump, guidata ormai da più di un anno da un presidente che ha avuto modo di testare i limiti del sistema istituzionale in innumerevoli occasioni, si trova ad affrontare una torsione interpretativa della legge che rischia di aprire una voragine giuridica senza precedenti. Il nodo, strettamente tecnico ma dagli effetti politici dirompenti, riguarda la scadenza del primo maggio, il momento in cui scattano ufficialmente quei famosi 60 giorni previsti dal War Powers Resolution del 1973. Essendo stati lanciati gli attacchi congiunti con Israele il 28 febbraio, con la notifica ufficiale al Congresso arrivata il 2 marzo, secondo la lettura più ortodossa della Costituzione il presidente avrebbe dovuto interrompere le ostilità oppure cercare un’autorizzazione formale da parte dei legislatori proprio in questi giorni. Invece, ciò che emerge dalle comunicazioni ufficiali è un tentativo, orchestrato ai massimi livelli, di dichiarare semplicemente che il conflitto sia già finito, o che sia in uno stato di animazione sospesa grazie alla tregua in atto.

La lettura della Casa Bianca e il “cessate il fuoco sospensivo”

Durante un’audizione al Senato, il segretario alla Difesa Pete Hegseth – che ha subito specificato di rimettersi comunque alle decisioni della Casa Bianca riguardo la questione legale – ha tentato di gettare le basi per questa nuova strategia difensiva. Lui, come riportano le agenzie, ha sostenuto che il cessate il fuoco in corso, quel fragile silenzio dei cannoni instaurato ai primi di aprile, debba equivalere a una interruzione del conteggio. “Siamo in una fase di cessate il fuoco e, secondo la nostra interpretazione, questo implica che il computo dei 60 giorni venga sospeso o interrotto”, ha dichiarato Hegseth, alimentando una teoria che i senatori democratici, come Tim Kaine, hanno subito bollato come priva di fondamento giuridico. In pratica, per l’esecutivo la tregua non è una pausa delle ostilità ai fini pratici, ma un reset dell’orologio costituzionale, una sorta di interruzione del nesso causale tra l’inizio della guerra e l’obbligo di chiederne il proseguimento. I falchi della guerra, insomma, cercano di trasformare un atto di guerra in una serie di operazioni distinte, quasi fossero episodi sconnessi tra loro.

L’illegalità dichiarata e il rischio di un vuoto istituzionale

Il paradosso, come notato da alcune analisi, è che questa guerra contiene già di per sé diversi profili di opacità legale, ma dal superamento di questa scadenza (che alcuni media collocano al primo maggio, altri derivano dalla data di notifica del 2 marzo) il conflitto diventerebbe inequivocabilmente illegittimo agli occhi di chiunque applichi una lettura letterale della legge. Se il Congresso – a maggioranza repubblicana ma finora silente – non interverrà per votare una dichiarazione formale o una delega, e se l’amministrazione rifiuterà di considerare finita la missione, il terreno sarà preparato per l’intervento della magistratura. L’amministrazione, per evitare l’ingorgo procedurale, sta giocando la carta dell’anfibologia perfetta: da un lato, alti funzionari hanno riferito alla Nbc che le “ostilità iniziate sabato 28 febbraio sono terminate”, suggerendo che non ci siano più scambi di fuoco dal 7 aprile, e che quindi la Casa Bianca non debba chiedere nulla a nessuno. Dall’altro lato, però, i comandanti militari continuano a tenere alto il livello di pressione, stringendo l’assedio navale sullo Stretto di Hormuz e, stando a quanto rivelato da Axios, aggiornando il presidente con briefing di 45 minuti su nuovi piani d’attacco.

I precedenti e l’eccezione della minaccia immediata

Non si tratta di un azzardo privo di precedenti, va detto, perché la storia politica americana è costellata di casi in cui i presidenti hanno allungato la portata dei loro poteri bellici senza timore di ritorsioni immediate. La legge del ’73 concede al capo del Pentagono 60 giorni di azione, più una proroga di 30 giorni soltanto nel caso in cui sussistano “ragioni militari assolutamente inevitabili” per la sicurezza delle truppe; e la Costituzione, va ricordato, fa eccezione per le operazioni mirate a contrastare una minaccia immediata per la nazione. L’argomento principale che Trump potrebbe usare – lo stesso che Barack Obama utilizzò per la Libia e che Reagan fece proprio in Libano – è che le operazioni siano talmente limitate e specifiche da non costituire una “guerra” nel senso formale del termine. Ma la posta in gioco, in questo caso, appare ben più alta che in passato. I repubblicani al Congresso, pur avendo finora bloccato le iniziative democratiche, iniziano a mostrare qualche crepa; senatori come John Curtis o Josh Hawley hanno chiesto maggiore chiarezza e una strategia d’uscita, spaventati dall’impopolarità di una guerra infinita. La tensione, insomma, non si risolverà in un semplice annuncio alla stampa: lo scontro riguarderà l’essenza stessa di come si dichiara (o non si dichiara) una guerra nel Ventunesimo secolo, con il bollitore posato sulla fiamma del gas che potrebbe esplodere da un momento all’altro per un dettaglio trascurabile o per una parola pesata male.

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