Lo scontro istituzionale tra il ministro Nordio e la magistratura si inasprisce a poche settimane dal referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La distanza, ormai siderale, che separa il ministro della Giustizia Carlo Nordio da ampi settori della magistratura associata non accenna a ridursi, anzi, si fa più profonda di giorno in giorno, man mano che ci si avvicina all’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale che porta la sua firma. Il Guardasigilli, forte di un lessico forbito e di una prosa che attinge a piene mani dalla sua lunga carriera, ha ormai abbandonato del tutto la via del sottinteso e dell’ammiccamento per optare, invece, per una strategia comunicativa frontale che punta a colpire il cuore del potere giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura. La sua ultima uscita, quella in cui ha definito il sistema correntizio all’interno di Palazzo Bachelet come un meccanismo “para-mafioso” -1, ha letteralmente squarciato il velo di una tregua apparente, riportando alla luce ferite mai realmente rimarginate. Le parole del ministro, che in un primo momento avevano sollevato un coro unanime di proteste, non erano però frutto di una sua personale invenzione lessicale; Nordio stesso, interpellato sulla questione, ha prontamente precisato di aver semplicemente attinto a dichiarazioni ben più risalenti, quelle del 2019 del pm Nino Di Matteo, il quale aveva parlato espressamente di “metodo mafioso” in riferimento alle logiche di potere interne alle correnti -7.

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