Napoli, certificati in cambio di sesso e mazzette: 119 indagati per la rete di favori illegali negli uffici comunali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il meccanismo, che qualcuno potrebbe definire una macchina infernale della burocrazia parallela, funzionava secondo una logica spietatamente semplice: un documento anagrafico – magari una carta d’identità o una certificazione di residenza – aveva un prezzo, e quel prezzo non era necessariamente solo in contanti. Dalle indagini coordinate dalla Procura di Napoli, e rese note grazie ai riscontri dei quotidiani “Il Mattino”, “Repubblica” e “Corriere del Mezzogiorno”, emerge un quadro inquietante che coinvolge gli uffici della Seconda e della Terza Municipalità (quelli di piazza Dante e di via Lieti a Capodimonte). Al centro della vicenda, infatti, ci sono 119 indagati, un numero che da solo restituisce la dimensione quasi industriale del fenomeno: tra loro figurano ex dipendenti comunali, veri e propri intermediari, e cittadini che avrebbero beneficiato di quelle pratiche sbrigate con una velocità sospetta.

Le due valute dello scambio: denaro e prestazioni sessuali

La particolarità più cruda, e forse più rivelatrice della degenerazione del sistema, risiede nella duplice natura del “pedaggio” richiesto. Se da un lato le mazzette in denaro rappresentavano la via più tradizionale – e diremmo quasi scontata – per corrompere gli ingranaggi della pubblica amministrazione, dall’altro l’inchiesta ha portato alla luce un versante più oscuro e personale. Alcune pratiche, si legge negli atti, sarebbero state “vendute” in cambio di prestazioni sessuali. Una merce di scambio che trasforma il rapporto tra amministrato e funzionario in una relazione di sfruttamento e ricatto silenzioso, difficile da intercettare senza un lavoro investigativo capillare.

Residenze impossibili e l’allarme scattato dai controlli sul campo

A tradire il sistema, come spesso accade in queste inchieste sui falsi residenziali, è stato il dato elementare della fisicità: non si può vivere in venti in un basso, né tantomeno dichiarare una decina di nuclei familiari diversi in un appartamento di quaranta metri quadrati. Gli uomini della polizia municipale e i carabinieri, incaricati dei sopralluoghi, si sono trovati davanti a una realtà ai limiti dell’assurdo. In alcuni indirizzi civici – anche quelli meno affollati sulla carta – la densità abitativa dichiarata sfidava ogni legge della logistica e della convivenza: cinque o sei residenti per monolocali angusti, situazioni che definire “al limite dell’entropia” è quasi un eufemismo. Sono stati proprio questi accertamenti, minuziosi e ripetuti, a fornire la prova materiale che dietro quelle dichiarazioni anagrafiche si nascondeva un traffico illecito.

L’avviso di conclusione e la lunga lista dei coinvolti

La procura, a coronamento di una fase investigativa che ha richiesto mesi di intercettazioni e verifiche incrociate, ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a tutti i 119 indagati. Un passaggio formale che non equivale ancora a un rinvio a giudizio – ci saranno i termini per eventuali richieste di interrogatorio o atti difensivi – ma che chiude la fase delle indagini con un’impostazione accusatoria solida. La lista degli indagati è un campionario trasversale della macchina del favore: ex dipendenti comunali (che hanno sfruttato le conoscenze delle procedure e l’accesso ai sistemi), intermediari (figure spesso informali, vicini di casa o parenti dei dipendenti) e infine i beneficiari finali, molti dei quali immigrati, che cercavano un documento per regolarizzare una posizione o per accedere a servizi essenziali. L’inchiesta, nelle sue pieghe più tecniche, sta ora ricostruendo il volume d’affari di questo mercato parallelo, certificato per certificato, mazzetta per mazzetta.

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