Napoli, mazzette e sesso nei municipi per i documenti: 119 indagati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non erano semplici “regole” violate, né episodi di scarsa sensibilità burocratica; si trattava, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Napoli, di un vero e proprio sistema parallelo di concessione dei documenti d’identità. L’inchiesta, che ha preso in esame un arco temporale circoscritto tra il 2021 e il 2022, ha portato alla luce dinamiche corruttive radicate in due diverse Municipalità cittadine: la Seconda, con sede in piazza Dante, e la Terza, situata in via Lieti a Capodimonte. Almeno in quattro occasioni accertate, un dipendente di 66 anni – in servizio proprio negli uffici di piazza Dante – avrebbe preteso e, stando alle accuse, ottenuto prestazioni sessuali da cittadini extracomunitari. Il fine, in quei frangenti, era il rilascio di carte d’identità o di altra documentazione anagrafica che altrimenti, seguendo i canali legali, non sarebbe stata loro consegnata.

La “fabbrica dei falsi” e il denaro come motore

Molto più frequente, però, era il ricorso al denaro. Mazzette di varia entità venivano versate a dipendenti pubblici e a intermediari – questi ultimi veri e propri procacciatori d’affari illeciti – per velocizzare o addirittura inventare i requisiti necessari alla regolarizzazione di immigrati sprovvisti dei titoli richiesti dalla legge. Gli inquirenti hanno parlato di una “fabbrica di falsi”, un’espressione che sintetizza la sistematicità con cui venivano prodotti certificati anagrafici, residenze fittizie e identità taroccate. Non si trattava, insomma, di casi isolati, bensì di una prassi consolidata che coinvolgeva più attori: ex dipendenti comunali (alcuni dei quali già allontanati dall’amministrazione), intermediari senza scrupoli e i beneficiari finali, ossia quegli stranieri che vedevano nel documento falso l’unica via per restare sul territorio nazionale o per accedere a servizi essenziali.

L’avviso di chiusura indagini e i numeri dell’operazione

La vasta operazione giudiziaria, della quale hanno dato notizia i quotidiani “Il Mattino”, “Repubblica” e “Corriere del Mezzogiorno”, ha portato alla notifica di 119 avvisi di conclusione delle indagini preliminari. Un numero, quest’ultimo, che definisce il perimetro degli indagati: tra loro figurano sia chi offriva i favori illeciti (o li esigeva, a seconda del ruolo ricoperto), sia chi li riceveva. Le due Municipalità coinvolte – la Seconda e la Terza – sono finite al centro di un mirino investigativo che ha analizzato decine di pratiche, ascoltato testimoni e ricostruito flussi di denaro difficilmente tracciabili senza una certa consuetudine tra i vari soggetti. Per la Procura, non c’era alcuna “regola” scritta, ma una pratica costante: soldi e, in rari casi, sesso per ottenere ciò che la legge avrebbe negato.

L’assenza di requisiti e il ruolo degli intermediari

A rendere ancora più grave il quadro delineato dagli atti investigativi è la consapevolezza, da parte di tutti gli attori coinvolti, dell’illegalità del proprio operato. Gli immigrati che si rivolgevano ai procacciatori – spesso connazionali o comunque figure di riferimento nei rispettivi contesti – sapevano di non possedere i requisiti per la regolarizzazione. Ciononostante, accettavano di pagare somme in contanti o, nei quattro casi sopra citati, di concedere favori sessuali pur di ottenere un documento che avrebbe cambiato il loro status giuridico. Dall’altra parte, i dipendenti comunali (compreso il sessantaseienne impiegato negli uffici di piazza Dante) trasformavano la propria funzione pubblica in una leva per estorcere denaro o prestazioni personali. L’inchiesta, attualmente ancora in fase di indagini preliminari, ha già restituito un quadro frammentato ma estremamente nitido nelle sue linee essenziali: la corruzione a Napoli non riguardava solo grandi appalti o tangenti milionarie, ma anche il piccolo, quotidiano dossier dell’immigrato che chiede una carta d’identità.

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