Mattarella a Trento: “La cultura è la risposta indispensabile di fronte ai rischi di barbarie”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha scelto le aule dell’Università di Trento, e con esse la memoria di Alcide De Gasperi, per lanciare un monito che attraversa i decenni e si insedia con prepotenza nell’attualità più fragile del nostro tempo. Era la mattina dell’11 febbraio 2026, nell’auditorium dell’Itas Forum gremito di accademici e autorità, quando il Capo dello Stato — terza visita in provincia nell’arco di dodici mesi — ha preso la parola per concludere la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026. Poco prima, il rettore Flavio Deflorian aveva scoperto una targa nella Biblioteca centrale, quella che d’ora in poi porterà il nome dello statista trentino: un gesto, quest’ultimo, che il Senato accademico aveva motivato richiamando i valori dell’identità territoriale, della visione europea e dell’etica pubblica -1-5.

La lezione di De Gasperi e il richiamo alla responsabilità intellettuale

Mattarella, nel suo intervento, non si è limitato a celebrare l’intitolazione. Ha invece annodato il filo tra l’eredità degasperiana e il frastuono di uno scenario internazionale che definire complesso appare persino eufemistico. De Gasperi, ha ricordato il presidente, “ci parla ancora” -4-7. E lo fa proprio ora che i rapporti tra gli Stati sembrano scivolare verso quella china che si sperava archiviata con il secolo scorso: il rischio, ha scandito Mattarella, è che “elementi di barbarie ritornino” a dettare legge nella vita internazionale. Di qui l’equazione netta, quasi scolpita nel marmo: di fronte a questa deriva potenziale, “elaborare, approfondire, sviluppare, trasmettere cultura è la più provvidenziale, indispensabile, preziosa risposta” -9-10.

Non una frase di circostanza, la sua, bensì una presa d’atto — e insieme un antidoto — formulata con quel lessico asciutto e insieme solenne che appartiene solo a chi, come lui, incarna da quasi un decennio la continuità dello Stato. L’università, ha sottolineato, non è un’isola felice né una torre eburnea; è piuttosto il cantiere dove si forgiano gli strumenti per decifrare — e opporsi — al riemergere di istinti che si credevano sopiti. D’altronde, la scelta di legare la Biblioteca centrale proprio a De Gasperi non è affatto casuale: l’uomo che seppe traghettare l’Italia dalle macerie della guerra alla tavola dei fondatori dell’Europa unita incarna quella funzione quasi profetica della cultura, capace di vedere “oltre l’orizzonte storico”, come avrebbe ribadito di lì a poco un’altra voce istituzionale -3.

La sintonia con Metsola e il sigillo europeo

A dare ulteriore spessore alla mattinata trentina è stato, seppur in videocollegamento, l’intervento della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. La leader maltese, agganciandosi idealmente alle parole del Capo dello Stato, ha rimarcato come De Gasperi abbia avuto il coraggio di “inventare un futuro per l’Europa” senza mai scendere a patti con i principi -3. Una visione, la sua, che oggi — ha aggiunto Metsola — non può limitarsi alla retorica celebrativa, ma deve tradursi in consapevolezza generazionale: i giovani, ha scandito con decisione, non sono l’attesa, bensì “il presente dell’Unione” -3. Una affermazione che riecheggiava, nelle architetture contemporanee dell’Itas Forum, come il sigillo apposto su un patto tra memoria e avvenire.

E mentre Metsola parlava di “spirito europeo” e di capacità di immaginare mondi nuovi, nell’auditorium ascoltavano — tra gli altri — il presidente della Provincia Maurizio Fugatti e la presidente del Consiglio provinciale Francesca Gerosa. Fugatti, raccogliendo il testimone della giornata, ha parlato di “grande onore” nel ricevere il Capo dello Stato, sottolineando il legame profondo tra l’autonomia trentina e quella stagione politica che ebbe in De Gasperi il suo interprete più alto; un legame, ha ricordato, che affonda le radici nell’investitura kessleriana degli anni Sessanta -1.

Il dispositivo culturale come argine civile

Ciò che emerge, dalle parole pronunciate al Quirinale itinerante di Trento, è la costruzione paziente di un argine. Mattarella non ha usato giri di parole, né ha concesso nulla alla retorica del “tempo brutto” o delle “crisi epocali”. Ha piuttosto descritto, con lucidità quasi didascalica, il dispositivo culturale come l’unico anti possibile di fronte alla tentazione — antica e sempre risorgente — di risolvere le controversie con la forza bruta, col disconoscimento dell’altro, col silenzio imposto. Il suo “De Gasperi ci parla ancora” contiene in sé una duplice traiettoria: guarda al Novecento come a un laboratorio di ricostruzione, ma si proietta nel secolo nuovo, quello dove gli equilibri globali si riassestano secondo logiche spesso opache e improvvise.

Non vi è, nel ragionamento del presidente, alcuna concessione all’allarmismo fine a sé stesso. Piuttosto, la consapevolezza che la trasmissione del sapere — quella pratica quotidiana fatta di lezioni, libri e confronto — costituisca un esercizio di difesa non armata, una trincea civile. L’università, a Trento come altrove, non forma soltanto professionisti; forma cittadini capaci di riconoscere i sintomi della barbarie prima che questi divengano sistema.

Una biblioteca come baluardo

L’intitolazione della Biblioteca centrale, in questo quadro, smette di essere un mero atto formale per assumere i contorni di un programma politico-culturale. Dedicare uno spazio del sapere a De Gasperi significa riaffermare che l’autonomia — quella trentina, ma anche quella delle istituzioni tutte — non è uno scudo contro il cambiamento, bensì la piattaforma per governarlo. Significa ricordare, come ha fatto il professor Giuseppe Tognon nella sua prolusione sullo “spirito costituente” dello statista, che la Costituzione non è un cimitero di norme, ma un organismo vivente da alimentare continuamente con l’esercizio critico del pensiero -5.

Così, tra gli scaffali che da oggi portano il nome di Alcide De Gasperi, e che ieri erano chiusi al pubblico per preparare l’evento, si è compiuto un passaggio di testimone silenzioso ma inequivocabile. Mattarella, lasciando l’Itas Forum, ha riportato con sé a Roma — oltre al rituale omaggio della Corale universitaria che intonava gli inni nazionale ed europeo — il senso profondo di una giornata in cui la cultura ha smesso di essere astratto ornamento per diventare ciò che forse non avrebbe mai dovuto smettere di essere: il nome più alto della resistenza civile -5.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.