Mattarella: “La legge del più forte genera barbarie”, Solovyov replica: “ paragone col Terzo Reich? Non sa cosa dice”
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Redazione Interno
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Nel discorso tenuto in occasione dell’81° anniversario della Liberazione, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha scelto il Salone delle Feste del Quirinale per un’operazione che è insieme memoria e monito: ribadire il “fermo rifiuto di ogni forma di sopraffazione e di ogni deriva totalitaria”. Di fronte alle associazioni d’arma, partigiane e combattentistiche – reduci di una guerra che, ottant’anni fa, costò la libertà a buona parte dell’Europa – il capo dello Stato ha voluto richiamarsi ai quattro pilastri della Resistenza: libertà, giustizia, pace e democrazia. Valori che, a suo dire, non sono negoziabili e che devono guidare l’azione internazionale, laddove – come ha sottolineato – se prevale la legge del più forte, si apre la strada a conflitti perenni e alla barbarie nella vita internazionale.
Eppure, se la cronaca della commemorazione sembrava destinata a restare nell’alveo rituale della celebrazione, è bastato l’intervento a distanza di Vladimir Solovyov, noto conduttore televisivo russo e fermamente schierato con il Cremlino, per trasformare l’evento in una nuova polemica diplomatica. Solovyov, che risulta sotto sanzioni dell’Unione europea dal 2022 – con conseguente congelamento dei beni e divieto d’ingresso nel territorio comunitario, inclusa l’Italia – ha risposto per le rime, attaccando frontalmente il presidente italiano. “La Russia come il Reich? Non sa di cosa parla”, avrebbe replicato il giornalista, bollando come inaccettabile e anacronistico l’accostamento tra la politica di Mosca e quella del nazismo storico.
Le conseguenze di un paragone storico ritenuto “blasfemo” da Mosca
Non è la prima volta che le parole di Mattarella innescano una reazione così dura oltre cortina. Già in passato – lo scorso febbraio, durante un discorso a Marsiglia – l’aver paragonato l’aggressione russa in Ucraina al progetto autoritario del Terzo Reich aveva scatenato l’ira della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. All’epoca, la diplomatica aveva parlato di “invensioni blasfeme” e lanciato un avvertimento che oggi riecheggia nell’intervento di Solovyov: certe dichiarazioni “non rimarranno senza conseguenze”, aveva tuonato, ricordando il peso del passato italiano schierato con i nazisti. Il conduttore, in quella stessa occasione, non si era limitato a difendere la linea del governo, ma aveva sfruttato la sua trasmissione su Rossiya-1 per colpire l’Italia nel suo punto più debole: la memoria del Ventennio e il ruolo giocato dai soldati italiani sui fronti orientali.
In questo contesto di tensione permanente, che sembra non conoscere tregue, la replica di Solovyov alle parole pronunciate al Quirinale segue uno schema retorico ormai consolidato: minimizzare la condanna morale della guerra, accusare l’Occidente di “russofobia”, e ritorcere contro l’interlocutore le colpe storiche del fascismo italiano. L’obiettivo, chiaramente, è delegittimare la fonte del messaggio – Mattarella – mettendone in dubbio l’autorità morale su un tema come quello della pace e della giustizia internazionale.
Il nodo delle sanzioni europee e la presenza mediatica di Solovyov in Italia
Ma l’attacco verbale solleva anche un problema pratico e giuridico che riguarda da vicino il nostro Paese: nonostante le sanzioni Ue ne vietino l’ingresso, Solovyov continua a trovare spazio nel dibattito pubblico nazionale. Nei mesi scorsi, la sua partecipazione a un programma della Rai era stata annullata solo in seguito a una segnalazione formale, mentre piattaforme editoriali private – come riportato in un’interrogazione parlamentare europea – hanno più volte manifestato l’intenzione di intervistarlo, alimentando di fatto la propaganda del Cremlino e aggirando il divieto di mettergli a disposizione risorse economiche o tribune. Il caso è finito all’attenzione della Commissione Europea, chiamata a chiarire se l’ospitalità televisiva rischi di costituire una violazione delle restrizioni, anche quando l’intervista avviene in remoto.
È un paradosso, questo, che non sfugge agli osservatori: mentre Mattarella, dal palco del Quirinale, ribadisce il ripudio della guerra e della sopraffazione, uno dei massimi esponenti della propaganda russa – uomo considerato tra i megafoni più efficaci del regime di Putin – riesce a far filtrare i suoi messaggi di sfida nella penisola, approfittando di quelle stesse libertà democratiche che il presidente della Repubblica intendeva difendere.
Memoria e attualità in un anniversario carico di significati politici
L’anniversario della Liberazione, quest’anno, si tinge così di una complessità aggiuntiva: da un lato, la celebrazione solenne dei valori antifascisti che fondano la Costituzione; dall’altro, l’eco di una guerra contemporanea – quella in Ucraina – che ripropone lo spettro dei totalitarismi e delle annessioni forzate. E mentre in molti Paesi europei si discute della necessità di riarmo e di deterrenza, la voce del presidente italiano sceglie di insistere su un registro più alto: quello del diritto internazionale e della cooperazione. Una linea che, a giudicare dalla reazione russa – fatta di insulti e minacce di ritorsione – continua a essere percepita a Mosca come una minaccia molto concreta, sebbene declinata in nome della pace.




