Il monito di Mattarella contro la “legge del più forte” e l’attacco di Solovyov alla vigilia del 25 aprile
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Redazione Interno
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L’ottantunesimo anniversario della Liberazione, che cadrà domani, si carica quest’anno di un peso politico e simbolico particolarmente denso, dato lo scenario internazionale segnato da conflitti a bassa intensità diventati sistemici e dal ritorno di retoriche imperialiste. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha scelto di celebrare questa ricorrenza, l’ultima del suo mandato prima della scadenza naturale prevista per il prossimo anno, con un programma che unisce la solennità delle istituzioni alla concretezza della memoria storica: la cerimonia principale si terrà a San Severino Marche, nell’entroterra marchigiano, un borgo che fu insignito della medaglia d’oro al merito civile proprio per la strenua resistenza opposta ai reparti nazisti e fascisti. È in questa cornice, che richiama l’assedio e la difesa del Battaglione Mario, che il Capo dello Stato intende lanciare un appello alla “coesione nazionale”, cercando di ricucire quel tessuto di valori fondativi che la guerra di Liberazione consegnò all’Italia repubblicana come un patrimonio morale da tutelare, piuttosto che come un evento relegato agli archivi.
Nel corso dell’incontro odierno al Quirinale con i rappresentanti delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma — un’occasione, questa, che precede sempre la data del 25 aprile — Mattarella ha voluto sottolineare come la libertà non possa considerarsi un bene “acquisito” per sempre. La sua riflessione, ascoltata dal Sottosegretario alla Difesa, Isabella Rauti, presente in delegazione del ministro Guido Crosetto, si è articolata su un doppio binario: da un lato il richiamo alla Resistenza come “pagina fondante” e “riscatto civile di un popolo” che seppe opporsi ai totalitarismi, dall’altro l’attualizzazione di quella lezione in un mondo dove, ha detto testualmente, “il prevalere della legge del più forte crea barbarie”. Questa frase, che riecheggia criticando le dinamiche di potenza bruta osservabili in Ucraina come in Medio Oriente, assume un valore particolare se letta in controluce rispetto ai recenti sviluppi della diplomazia internazionale, dove Stati Uniti e Russia sembrano ridefinire gli equilibri globali al di fuori dei tradizionali canali del diritto internazionale.
Tuttavia, a rendere l’atmosfera ancora più elettrica, è arrivata la reazione immediata della macchina propagandistica russa, che ha trasformato la vigilia della festa nazionale in un’arena di scontro verbale. Vladimir Solovyov, noto conduttore televisivo vicino al Cremlino e figura di spicco nella narrazione patriottica di Mosca, ha dedicato una puntata del suo programma all’Italia intitolandola “Appello all’Italia - finanziatori del nazismo”. Solovyov, che solo giorni fa aveva insultato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha stavolta preso di mira direttamente Sergio Mattarella, in relazione a un precedente paragone storico operato dal Presidente della Repubblica tra l’aggressione russa all’Ucraina e i piani espansionistici del Terzo Reich. “Quando il vostro presidente paragona il nostro Paese al Terzo Reich non capite di cosa parlate”, ha tuonato il giornalista, che ha anche evocato il sacrificio dell’Armata Rossa e la “vergogna” del di spedizione italiano in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, accusando l’Italia di non aver saputo riconoscere i “crimini di sangue dei nazisti ucraini”.
Questa contrapposizione di narrazioni risulta particolarmente significativa in un contesto come quello attuale, dove la memoria storica della Seconda Guerra Mondiale viene strumentalizzata da entrambe le parti per giustificare le posizioni assunte riguardo al conflitto in corso. Da una parte Mattarella, che insiste sul “fermo rifiuto di ogni forma di sopraffazione e di ogni deriva totalitaria, quale che ne sia la matrice ideologica”, ponendo l’accento sulla difesa della democrazia liberale contro l’aggressione di chi si sente “provvisoriamente più forte”; dall’altra i sostenitori di Putin, che rivendicano il ruolo di eredi della vittoria del 1945 per delegittimare l’Occidente, accusato di aver allevato un nuovo nazismo in Ucraina. Le parole del Capo dello Stato, che domani risuoneranno tra le pietre di San Severino Marche, rappresentano dunque non solo un omaggio ai caduti partigiani, ma anche una presa di posizione netta contro quella che definisce una “barbarie internazionale”, sebbene egli eviti accuratamente di nominare esplicitamente Mosca, lasciando che fosse il contesto a parlare per lui.




