La medaglia d’onore di Meloni secondo Varsavia: “Solovyov? Un goebbelsiano”
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Redazione Interno
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La solidarietà, si sa, viaggia spesso su binari paralleli rispetto alla diplomazia ufficiale, eppure a volte le trova un inaspettato punto d’incontro nella fermezza di un giudizio storico. È quanto accaduto alla Luiss, dove il ministro degli Esteri polacco Radoslav Sikorski, intervenuto in un contesto accademico, ha avuto modo di commentare la sequela di insulti pesanti che il conduttore russo Vladimir Solovyov ha riversato nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La cornice dell’incontro, che vedeva presente anche il titolare della Farnesina Antonio Tajani, ha offerto a Sikorski lo spunto per una riflessione a dir poco netta: l’attacco ricevuto dalla premier, lungi dall’essere un motivo di imbarazzo, dovrebbe essere rivendicato come un vero e proprio attestato di stima da parte degli avversari.
Sikorski ha utilizzato una chiave di lettura tanto semplice quanto crudele nella sua efficacia retorica, suggerendo che se i “cattivi” scelgono di insultare una figura politica, allora quella figura appartiene indiscutibilmente alla parte dei “buoni”. Nel riferirsi a Solovyov, il ministro polacco non ha usato mezzi termini, descrivendolo come uno “spregevole propagandista alla Goebbels”, un’associazione che – va detto – non è certo nuova nel lessico dei critici del Cremlino, ma che nelle attuali circostanze acquista una risonanza particolare. La scelta del paragone con il ministro della propaganda del Terzo Reich non è solo retorica, ma intende inquadrare l’operato del giornalista russo all’interno di una macchina di manipolazione orchestrata, che utilizza la volgarità e la delegittimazione personale come armi di distruzione politica.
L’attacco via etere e la replica istituzionale
Il “casus belli” che ha scatenato la reazione del diplomatico polacco affonda le radici nei giorni immediatamente precedenti, quando Solovyov, ospite della sua trasmissione “Polnyj Kontakt” su Russia 1, ha rotto gli argini di ogni moderazione verbale. Non pago di utilizzare il russo, il conduttore ha infierito prendendo di mira la presidente del Consiglio direttamente in lingua italiana, forse per rendere l’oltraggio più comprensibile al pubblico che voleva colpire. Tra gli epiteti riversati, si spaziava da definizioni come “vergogna della razza umana” a “idiota patentata”, fino a sfiorare il limite della decenza sessista con un gioco di parole volgare sul cognome della premier.
La cornice dell’affronto, però, non si ferma alla semplice ingiuria. Solovyov ha cercato di colpire Meloni sul piano della credibilità politica internazionale, accusandola di aver “tradito” Donald Trump, al quale aveva in precedenza giurato fedeltà. Un’accusa, quest’ultima, che cerca di inserire il nome del presidente americano (oggi alla Casa Bianca da più di un anno, a ulteriore riprova di quanto la scena politica sia cambiata) in un presunto voltafaccia della leader italiana. Di fronte a una tale escalation verbale, la risposta della Farnesina non si è fatta attendere, con Tajani che ha prontamente convocato l’ambasciatore russo a Roma, Aleksey Paramonov, per esprimere la protesta formale del governo italiano. Paramonov, dal canto suo, ha respinto al mittente le contestazioni, liquidando l’accaduto come un’opinione personale di un giornalista e suggerendo che la convocazione fosse una “cantonata” orchestrata da forze antirusse interne al “deep state” italiano.
Il fronte compatto della politica interna
A differenza di altre occasioni in cui gli attacchi alla premier avevano diviso l’opinione pubblica nazionale, stavolta il fronte politico italiano è sembrato muoversi all’unisono. La reazione di Solovyov, infatti, non solo ha scatenato l’indignazione nel centrodestra (con i capigruppo di Fratelli d’Italia che hanno chiesto a gran voce che anche le opposizioni prendessero le distanze), ma ha ricevuto una condanna netta anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La protezione della figura del capo del governo, in questo caso, ha prevalso sulle normali dinamiche di scontro politico interno, trasformando un attacco volgare in un caso di lesa dignità nazionale. Tajani ha specificato, al termine dell’incontro con Sikorski, che il problema non è la critica politica, che ogni leader democratico deve sapersi attendere, ma l’utilizzo di un linguaggio sessista e volgare su una rete che, pur godendo di autonomie narrative, rappresenta di fatto la televisione di Stato russa.
La bussola degli interessi nazionali
A chiudere il sipario su questa ennesima scaramuccia verbale tra Roma e Mosca è stata la diretta interessata. Giorgia Meloni, in una nota diffusa attraverso i suoi canali social, ha rivendicato la propria autonomia strategica, rispedendo al mittente l’accusa di incoerenza. “Un solerte propagandista di regime non può impartire lezioni né di coerenza né di libertà”, ha scritto la premier, sottolineando come l’interesse dell’Italia rimanga la sua unica bussola. Una dichiarazione, la sua, che serviva a chiarire un punto sostanziale: né le lusinghe né gli insulti provenienti da Mosca – che in passato avevano trovato terreno fertile in altri esecutivi – sono in grado di deviare la rotta atlantista dell’attuale governo. Sikorski, nel suo intervento romano, non ha fatto altro che suggellare questa percezione, trasformando gli improperi del conduttore russo in un macabro simbolo di integrità politica.
Meta Description: La Polonia paragona il giornalista russo Solovyov a Goebbels. Per Sikorski, gli insulti a Meloni sono una “medaglia d’onore”.




