Solovyov e l’attacco a Meloni: «Da ebreo perseguitato, lei è complice del fascismo»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Vladimir Solovyov, il noto conduttore televisivo russo da sempre vicino alle posizioni del Cremlino, ha scelto di non placare la polemica, bensì di alimentarla con un nuovo, durissimo intervento. Dopo le parole pronunciate ieri nel corso del suo programma, che avevano già innescato una reazione diplomatica immediata da parte della Farnesina – con la conseguente convocazione dell’ambasciatore russo –, oggi pomeriggio, poco dopo le 14 a Mosca, è andata in scena una replica a dir poco sorprendente. Niente italiano, però: il giornalista ha parlato nella sua lingua madre, usando un tono pacato, quasi da conferenza stampa, e una voce volutamente cadenzata. «Signora Meloni», ha esordito, «le parla un uomo, un ebreo, che le autorità italiane hanno nuovamente sottoposto a persecuzioni».

Un’accusa pesante che riapre ferite storiche

La stoccata, veicolata attraverso il canale “Solovyov Live”, non si è limitata a ribadire gli insulti precedenti. L’ha invece incorniciata in una narrazione ben precisa: quella di una continuità ideologica, secondo il conduttore, inestirpabile. «Voi, seguaci del fascista Mussolini, sostenete i nazisti ucraini», ha aggiunto, costruendo un parallelismo che mescola accuse di complicità storica con le attuali scelte di politica estera italiana. Non c’è stata alcuna retromarcia, né alcuna mediazione linguistica. Solovyov ha anzi rincarato la dose in un successivo messaggio pubblicato su Telegram, dove ha definito la presidente del Consiglio «complice di tutti i crimini dell’Italia fascista». Parole che, se da un lato riecheggiano la retorica bellica del Cremlino, dall’altro rappresentano un unicum nelle relazioni bilaterali recenti: un personaggio mediatico di primo piano che si erge a accusatore ufficioso, scavalcando persino i toni della diplomazia parallela.

La memoria personale come arma retorica

L’elemento più singolare, in questa seconda tranche di dichiarazioni, resta l’autodefinizione di Solovyov come «ebreo perseguitato» dalle autorità italiane. Una frase incidentale, quella sulla presunta “nuova persecuzione”, che trasforma una disputa politica in una vicenda personale. Il giornalista, infatti, ha volutamente agganciato le sue origini – e la storia della sua famiglia – alla critica verso Meloni, insinuando che dietro le reazioni italiane alle sue parole si celi una sorta di discriminazione programmatica. Non ha fornito prove né dettagli su questo presunto accanimento giudiziario o amministrativo, limitandosi a evocare uno spettro (quello delle leggi razziali e dell’odio antisemita) che nella propaganda russa viene spesso utilizzato per delegittimare gli avversari. Nessuna contestualizzazione storica, nessun riferimento a fatti processuali concreti: solo l’eco di un’accusa grave, lanciata senza timore di smentite.

Dalla televisione ai social: l’escalation verbale

Mentre in Italia la vicenda aveva trovato eco principalmente nel canale diplomatico, con il ministro degli Esteri che aveva formalmente protestato, Solovyov ha invece spostato il baricentro della sua offensiva sui social network. Il post su Telegram, diffuso subito dopo la messa in onda, ha riproposto un video di repertorio: un’intervista giovanile di Giorgia Meloni in cui lei stessa parlava di Mussolini con toni che, all’epoca, suscitarono un certo clamore. «Lei ha visioni fasciste fin dall’infanzia», ha scritto il conduttore, interrogandosi retoricamente sul perché, a suo dire, le critiche ricevute in Italia abbiano scatenato tanto scalpore. La strategia è chiara: isolare un frammento del passato della premier per sostenere che il suo presente – compreso il sostegno militare e politico all’Ucraina – sia solo il prodotto coerente di quella matrice ideologica. Nessuna distinzione tra il racconto di un’evoluzione politica personale e l’accusa di complicità con i regimi totalitari.

Un silenzio istituzionale che pesa

Al momento, dalla presidenza del Consiglio non è arrivata alcuna replica diretta alle nuove dichiarazioni. La Farnesina, che aveva già convocato l’ambasciatore russo dopo gli insulti del giorno precedente, si trova ora a dover gestire un’escalation che mescola il piano mediatico a quello delle relazioni internazionali. Solovyov, dal canto suo, ha ottenuto ciò che probabilmente cercava: mantenere alta l’attenzione, forzare la mano alla diplomazia italiana e offrire al proprio pubblico interno una rappresentazione dell’Italia come paese ostile, erede del fascismo e alleato di quelle che Mosca definisce «forze neonaziste» in Ucraina. Le sue parole, per quanto estreme, non nascono nel vuoto: sono parte di una campagna più ampia di delegittimazione dei governi europei che sostengono Kiev. E l’assenza, finora, di una controffensiva chiara da parte di Palazzo Chigi rischia di lasciare sul campo l’iniziativa comunicativa.

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