Mattarella: «La legge del più forte genera barbarie»
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Redazione Interno
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L’appuntamento con la storia, si sa, non è mai un esercizio fine a sé stesso, tantomeno quando a parlare è il presidente della Repubblica in occasione dell’81esimo anniversario della Liberazione. Sergio Mattarella, incontrando al Quirinale i rappresentanti delle Associazioni combattentistiche e d’Arma, ha intessuto un filo diretto tra il 1945 e il presente, trasformando la ricorrenza in un’analisi spietata delle attuali derive internazionali. Se da un lato il capo dello Stato ha voluto ricordare il sacrificio di quanti si opposero al nazifascismo – un atto di nascita della nostra democrazia – dall’altro l’ha fatto per mettere in guardia contro quella che ha definito la “barbarie” generata dal prevalere della forza bruta.
La Resistenza, ha spiegato Mattarella, non è solo una pagina di dolore, ma il faro morale che illumina la Costituzione, quella carta fondamentale che «non è soltanto il frutto di una stagione storica». È un patrimonio, a suo dire, che va difeso quotidianamente proprio come gli antifascisti difesero la dignità calpestata dal regime. E qui, in un passaggio carico di tensione retorica, il presidente ha attualizzato il messaggio: «libertà e pace non sono elementi acquisiti una volta per tutte», ha avvertito, definendoli «beni resi fragili dalla dissennatezza». Una condizione, quella della vigilanza, che secondo Mattarella deve coinvolgere le nuove generazioni, chiamate a capire che la pace non è mai un lusso scontato ma un impegno costante.
L’attacco alle guerre e la violazione del diritto internazionale
L’intervento, tuttavia, si è fatto particolarmente aspro quando ha virato sull’attualità dei conflitti globali. «Il prevalere della legge imposta da chi si ritenga provvisoriamente più forte è destinata a seminare lutti e distruzioni», ha tuonato il presidente, aprendo una finestra su uno scenario mondiale che descrive come segnato da «conflitti permanenti» e tensioni destabilizzanti. Senza mai scadere nel dettaglio superfluo, Mattarella ha citato le sofferenze di «uomini, donne e bambini» che vivono sotto regimi autoritari o in territori dove il diritto internazionale viene sistematicamente violato.
È un riferimento, questo, che nelle stanze del Quirinale è parso evidente a tutti: un’invettiva contro quelle guerre – come quelle che insanguinano il cuore dell’Europa o il Medio Oriente – dove la diplomazia cede il passo ai bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile. «Sono scenari scandalosi – ha ribadito – dove la dignità umana viene calpestata». Una posizione, quella del presidente, che rifiuta ogni giustificazione della violenza, qualsiasi sia la «matrice ideologica» che la alimenti, e che ha ribadito l’impegno dell’Italia per la pace e il rispetto dei diritti umani come bussola della politica estera.
Il simbolo di San Severino e il dovere della memoria
In questo quadro politico denso di ombre, Mattarella ha voluto però indicare anche un contrappunto geografico e identitario. Sabato 25 aprile si recherà a San Severino Marche, cittadina marchigiana insignita della Medaglia d’Oro al Merito Civile. Non si tratta di una scelta casuale: quel luogo, che pagò un prezzo altissimo in termini di sofferenze durante la lotta di Liberazione, rappresenta per il capo dello Stato un simbolo della coesione nazionale.
«Come molte realtà del nostro Paese – ha dichiarato – rappresenta un luogo simbolico della Resistenza». Una scelta che cade, quest’anno, nell’ottantesimo annunciarsi della scelta repubblicana, quasi a voler ribadire che l’antifascismo non è un’opinione politica tra le altre, ma il fondamento stesso su cui poggia l’architettura della Repubblica. Alle associazioni dei combattenti, che ha definito «custodi di una storia perennemente vivente», Mattarella ha affidato il compito di tenere acceso il faro della memoria, affinché l’orrore della dittatura non venga mai assimilato a un ricordo da archiviare.
La condanna della sopraffazione e i valori costituzionali
A chiudere il cerchio del discorso è stata la riaffermazione dei principi antifascisti come baluardo insostituibile. «Il fermo rifiuto di ogni forma di sopraffazione», ha scandito Mattarella, è ciò che tiene in piedi la democrazia. Un messaggio che, sebbene non citi mai esplicitamente i venti di guerra che soffiano oltre i confini nazionali, li respinge con forza, opponendo alla «legge del più forte» la solidità dello Stato di diritto e della Costituzione.
Tra le mura del Quirinale, circondato da chi ha ereditato il testimone di quei combattimenti per la libertà, il presidente ha voluto restituire al 25 aprile il suo significato più autentico: non una semplice festa, ma una “responsabilità” attuale. «Educare alla memoria – ha concluso – significa formare cittadini consapevoli». Un monito che, nelle pieghe di un discorso ricco di subordinate e sfumature, invita l’Italia a guardare al passato per non inciampare negli stessi errori, ripartendo proprio da quei borghi e da quelle storie che, come San Severino, hanno riconquistato l’onore nazionale a caro prezzo.




