Milo Infante e il terrore della campagna elettorale: "La narrazione si sta trasformando, il debutto su Canale 5? Una promessa mai mantenuta"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La macchina dei palinsesti televisivi si rimette in moto e, come sempre accade in questi frangenti, lo fa con un mix calibrato di conferme e scommesse. Tra le scommesse più ardite di questa stagione, che si preannuncia già caldissima anche per via delle imminenti scadenze politiche, c'è senza dubbio il nome di Milo Infante. Il giornalista, reduce da una lunga e consolidata esperienza in Rai, è stato letteralmente "strappato" al servizio pubblico da Mediaset per blindare – o quantomeno per rinvigorire – l'offerta informativa del Biscione.

E lo fa con un ingaggio che non è certo di secondo piano: a partire dal 24 agosto, Infante si troverà a gestire una tripletta di appuntamenti, un gioco a incastri che spazia dal mattino al pomeriggio fino alla prima serata. Si parte con "Ore 11", la striscia quotidiana in onda su Retequattro alle 10.50, e si prosegue con "Verità Nascoste - Il Diario", che per due settimane andrà a coprire la fascia pomeridiana di Canale 5, quella delle 16.45, in attesa del ritorno di Gianluigi Nuzzi e del suo "Dentro la notizia" previsto per il 7 settembre.

La paura del giornalista: la campagna elettorale come "deriva" della narrazione

Tuttavia, a guardare bene le dichiarazioni rilasciate da Infante in queste ore, ciò che emerge non è tanto il timore fisiologico per un debutto così articolato su tre diverse reti e fasce orarie. Non è la pressione degli ascolti a turbare i sonni del giornalista, quanto piuttosto una riflessione più profonda sullo stato dell'arte dell'informazione televisiva. "Quello che mi terrorizza – ha confessato – è la campagna elettorale in cui il candidato arriva e dice: 'io farò...'".

Una frase che, nella sua apparente semplicità, cela un timore ben preciso: quello che la narrazione politica stia scivolando verso un modello dove il contraddittorio lascia spazio alla promessa gratuita, dove il confronto sulle idee viene sostituito dall'ennesima passerella. La preoccupazione di Infante, insomma, è che il mezzo televisivo, anziché veicolare il dibattito, finisca per omologarlo a uno spettacolo nel quale il consenso si conquista con lo spot, non con il ragionamento.

L'addio alla Rai e il "patto tradito" sulla direzione

Ma c'è un altro elemento che emerge con forza dalle parole del conduttore, ed è il movente che avrebbe guidato la sua scelta di lasciare la Rai. Un addio, il suo, che non sarebbe stato dettato da mere ragioni economiche o da attriti personali, bensì da una promessa, a suo dire, non mantenuta. "Il vero motivo dell'addio alla Rai? Una direzione promessa e mai concretizzata", ha dichiarato Infante, gettando una luce cruda sui meccanismi che regolano le dinamiche interne al servizio pubblico.

Sebbene il giornalista non abbia voluto scendere in dettagli specifici sulla natura di questa direzione mancata – se di un ruolo editoriale o di un semplice indirizzo di programma si trattasse – la frase lascia intendere come la frustrazione per un'occasione professionale sfumata abbia pesato in modo determinante sulla bilancia. Una situazione, quella vissuta da Infante, che non è certo inedita nei corridoi di Viale Mazzini, ma che assumendo i contorni di una confessione pubblica aggiunge un tassello importante al racconto del suo trasferimento a Cologno Monzese.

Palinsesti in fermento: il puzzle dell'approfondimento tra Rai, Mediaset e La7

Il calendario delle partenze, come accennato, è già fitto e destinato a infittirsi nelle prossime settimane. L'estate, si sa, è il periodo dei saldi e dei rinnovi, e quest'anno il mercato dei conduttori è particolarmente vivace. L'attenzione degli addetti ai lavori è concentrata sul fronte Rai, in attesa delle decisioni che verranno prese riguardo al futuro di "Report" e del suo conduttore, Sigfrido Ranucci, il cui nome è al centro di un dibattito acceso che coinvolge vertici aziendali e opinioni pubbliche.

Parallelamente, cresce la curiosità per il nuovo corso di "Chi l'ha visto?", trasmissione storica che si appresta a ripartire senza il volto simbolo di Federica Sciarelli. La conduttrice, che per anni ha rappresentato l'identità stessa del programma, lascia il testimone in un momento delicato, e la nuova edizione rappresenta una delle incognite più affascinanti di questa stagione.

In questo quadro di incertezze e ripartenze, la mossa di Mediaset con Milo Infante appare come un tentativo di consolidare le proprie posizioni nel campo dell'informazione, sfruttando il momento di transizione del competitor pubblico per rubare scena e, forse, anche qualche punto di share.

Una triplice sfida che profuma di campagna elettorale

L'offensiva di Mediaset, orchestrata attorno alla figura di Milo Infante, si inserisce dunque in un contesto più ampio, quello di una tv che si prepara a diventare il palcoscenico principale dell'anno che porterà alle elezioni politiche. La scelta di lanciare il giornalista su tre piattaforme temporali diverse – dalla fascia mattutina di Retequattro al pomeriggio di Canale 5 – non è casuale. Si tratta di un'operazione che mira a creare un'abitudine nel telespettatore, a stabilire un marchio di fabbrica che possa fungere da ancora di salvezza per l'elettore-spettatore in cerca di orientamento.

Le parole di Infante, però, suonano quasi come un monito: se la campagna elettorale dovesse trasformarsi in una sequela di affermazioni programmatiche senza contraddittorio, il suo lavoro, e quello di chi fa informazione seria, rischierebbe di diventare una missione impossibile. Il debutto del 24 agosto, perciò, non sarà solo un banco di prova per il conduttore, ma anche un test per capire se la televisione italiana è ancora in grado di distinguere tra il rumore di fondo della propaganda e il suono cristallino del giornalismo d'inchiesta.

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