Trump si contraddice e dà il via a una guerra priva di strategia
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Redazione Esteri
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Aveva cominciato, Donald Trump, con l’“America First” e con la riesumazione della dottrina Monroe – l’America agli americani – con il contorno dell’isolazionismo. Agendo secondo l’indirizzo Maga, da lui promosso, si era proiettato all’estero solo per far finire, così aveva detto, otto guerre e assumere il ruolo di paciere globale, pensando al Nobel, qualifica che in verità contrasta pure con il protezionismo in economia e con la fine del multilateralismo da lui dichiarata per passare, al massimo, a una concezione multipolare. Ecco, quel Trump, quello che tuonava contro ogni intervento militare all’estero definendoli errori colossali, è oggi alla guida di un’operazione bellica in Iran che, per molti dei suoi stessi sostenitori, rappresenta il tradimento più flagrante di quelle promesse. La fronda interna al movimento, con voci autorevoli come quella dell’ex deputata Marjorie Taylor Greene, parla apertamente di inganno, di un “America First” svenduto per interessi che poco hanno a che fare con la sicurezza nazionale americana. L’accusa, pesantissima, è che la Casa Bianca si sia lasciata trascinare in un conflitto su pressione di Israele, un’eventualità che il segretario di Stato Marco Rubio, con una contorsione logica non da poco, ha tentato di giustificare definendo l’attacco a Teheran come un’azione preventiva necessaria: si sapeva che Israele avrebbe colpito, e che l’Iran avrebbe risposto prendendo di mira le basi statunitensi, quindi Washington ha dovuto agire per prima per evitare perdite maggiori.
Obiettivi di guerra e il fantasma del cambio di regime
Il nodo centrale, attorno a cui ruota tutta la narrazione di queste prime, convulse fasi del conflitto, è l’assoluta mancanza di chiarezza sugli obiettivi finali. Lo stesso Trump, nel suo primo intervento pubblico alla Casa Bianca dopo l’inizio delle ostilità, ha elencato quattro punti: distruggere le capacità missilistiche balistiche, annientare la marina iraniana, impedire per sempre a Teheran di dotarsi di un’arma nucleare e fermare il finanziamento al terrorismo internazionale. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la geopolitica della regione, però, nota immediatamente l’assenza di un quinto obiettivo, quello che era stato evocato con forza nelle concitate ore successive ai primi missili Tomahawk: il cambio di regime. Sabato, Trump aveva incitato apertamente il popolo iraniano a insorgere e a “prendere il controllo del proprio governo”, un messaggio chiarissimo che lasciava intendere come l’operazione avesse come fine ultimo la caduta della Repubblica Islamica.
E invece, nel giro di poche ore, le acque si sono intorbidite. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha dichiarato senza mezzi termini che “questa non è una guerra per il cambio di regime”, salvo poi aggiungere, con una frase che lascia il tempo che trova, che “il regime, comunque, è cambiato”. Un voltafaccia lessicale che dice molto dello spaesamento interno. A complicare ulteriormente il quadro ci ha pensato il presidente in persona, rilasciando interviste contraddittorie a getto continuo: in una ha affermato di avere tre nomi in tasca per guidare il nuovo Iran, in un’altra ha dovuto ammettere che quei candidati, molto probabilmente, sono deceduti sotto le bombe americane e israeliane. La confusione regna sovrana, e la domanda che serpeggia tra gli analisti e nei corridoi del Pentagono è sempre la stessa: come si fa a pianificare una strategia bellica senza avere un’idea chiara di ciò che si vuole lasciare sul campo dopo la vittoria militare?
Tempistiche e preoccupazioni logistiche dietro le quinte
Un altro fronte su cui l’amministrazione mostra crepe profonde è quello della durata del conflitto. Le tempistiche fornite da Trump sono state un vero e proprio valzer di numeri: prima “due o tre giorni”, poi “quattro o cinque settimane”, quindi l’ammissione che l’operazione potrebbe andare avanti ben oltre, “finché sarà necessario”, come ha dichiarato lui stesso alla CNN, aggiungendo che l’onda più devastante deve ancora arrivare. Una tale vaghezza, in un’operazione della portata di “Epic Fury” – così è stata ribattezzata – non è solo un problema di comunicazione politica, ma riflette probabilmente una realtà sul campo molto più complessa e meno scontata di quanto si voglia far credere. Dietro le quinte, infatti, cresce l’allarme tra i vertici militari. Già nelle settimane precedenti l’attacco, il generale Dan Caine, nuovo capo dello Stato Maggiore Congiunto, e il suo predecessore avevano sollevato non poche perplessità sulla tenuta logistica di una campagna prolungata contro l’Iran.
Il timore, come riportato da fonti del Pentagono, è che le scorte di munizionamenti e, ancor più preoccupante, le riserve di missili per la difesa aerea possano esaurirsi rapidamente, lasciando scoperti gli alleati regionali e le stesse basi americane. L’ipotesi di un conflitto che si trascini per settimane, con la necessità di abbattere droni e missili balistici lanciati dall’Iran in una potenziale guerra per procura che coinvolga Hezbollah e altre milizie, metterebbe a dura prova un arsenale già provato dai precedenti impegni in Ucraina e Israele. E mentre il presidente parla di procedere spediti e “in anticipo sulla tabella di marcia”, i suoi generali sussurrano di lavoro “difficile e sporco” e di ulteriori perdite da mettere in conto.
Dalla dottrina Monroe alla guerra su più fronti
Quella che era nata come una proiezione di forza rapidissima, forse persino chirurgica nella mente del commander in chief, si sta trasformando in un incendio regionale dalle proporzioni difficilmente controllabili. L’Iran, come era prevedibile, non ha incassato il colpo, ma ha risposto colpendo non solo Israele ma anche le basi americane in Giordania e gli alleati del Golfo, con Kuwait ed Emirati Arabi Uniti finiti nel mirino di droni e missili. Quest’ultimo è un passaggio cruciale: Paesi come il Qatar hanno abbattuto jet iraniani, segnando un coinvolgimento diretto che trasforma la percezione del conflitto. Non è più, o non è solo, una questione tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma un vero e proprio scontro che ridisegna le alleanze e rischia di travolgere gli equilibri di un’area già di per sé incandescente. Lo stesso Trump si è detto sorpreso dalla reazione bellicosa di questi Paesi, che aveva assicurato sarebbero rimasti in disparte.
Nel frattempo, la macchina bellica americana continua a macinare colpi. Oltre mille obiettivi colpiti, una flotta in gran parte affondata e la morte del leader supremo, Ali Khamenei, rappresentano senza dubbio risultati tattici di portata storica. Ma l’assenza di una strategia politica chiara, il balletto delle dichiarazioni sugli obiettivi e la crescente preoccupazione per la tenuta delle scorte militari dipingono il quadro di un’amministrazione che, di fatto, sta procedendo per tentativi, adattando la comunicazione all’evolversi (spesso negativo) degli eventi. L’invito all’insurrezione popolare, prima gridato e poi smentito, la giustificazione dell’attacco preventivo basata su un’azione israeliana, e la confusione su chi debba o possa governare Teheran il giorno dopo la fine dei bombardamenti, sono tutti elementi che raccontano di una guerra cominciata forse senza che alla Casa Bianca si fosse davvero deciso come e quando finirà.




