Netanyahu e la strada senza ritorno che divide la Cisgiordania
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Redazione Esteri
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La situazione nei territori occupati si complica in maniera irreversibile, mentre il governo israeliano prosegue, senza sostanziali opposizioni, la sua politica di insediamenti che di fatto frammenta la Cisgiordania. L’ultimo esempio è il cosiddetto "Piano E1", un programma di colonizzazione presentato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il quale, non a caso, ha dichiarato che si tratta della «fine dell'illusione dello Stato di Palestina». Dichiarazioni di condanna, peraltro solo verbali, giungono dalla comunità internazionale, ma Netanyahu prosegue imperterrito, facendosene beffe.
In questo contesto, la vita procede con una normalità che strida con il quadro politico. Come nel caso della cerimonia del Brit Milà per il piccolo Shahar, al suo ottavo giorno di vita, dove il rabbino Amitai Piotmer spiega come il bambino entri a far parte del popolo ebraico, accompagnato per sempre da Dio e circondato dalla sua famiglia, inclusi genitori che sono militari di carriera. Una scena che si svolge in un insediamento di 40.000 anime, che gli israeliani considerano una città e che il diritto internazionale definisce invece una colonia illegale, affamata di case e di spazio.
Ormai non ci sono più dubbi, se mai ce ne fossero stati: Israele punta apertamente a una conquista totale e sistematica di quello che sarebbe dovuto essere lo Stato palestinese, perseguendo obiettivi dichiarati alla luce del sole sebbene palesemente contrari al diritto internazionale. È la via messianica intrapresa da Netanyahu, che prosegue all’ombra dei carri armati a Gaza




