La Bce certifica il divario: le famiglie italiane pagano l'elettricità il doppio delle industrie energivore
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Redazione Economia
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Il bollettino economico della Banca centrale europea, pubblicato in queste ore e curato dagli esperti Daniela Arlia e John Hutchinson, fotografa una realtà ormai strutturale nel mercato energetico dell’area euro, offrendo spunti di riflessione tutt’altro che trascurabili per chiunque tenti di districarsi tra le pieghe della formazione dei prezzi al dettaglio. Le famiglie italiane, secondo l’analisi dell’Eurotower, si trovano a dover sostenere un costo per l’energia elettrica che è circa il doppio rispetto a quello applicato alle grandi industrie ad alta intensità energetica, quelle che comunemente vengono definite energivore. Un divario, questo, che colloca l’Italia in una posizione di estremo svantaggio sociale ed economico assieme a Germania e Spagna, laddove in altri paesi dell’Unione la forbice, seppur presente, risulta sensibilmente più contenuta.
Le ragioni di una disparità europea a due velocità
L’indagine condotta dalla Bce non si limita a registrare il dato, ma entra nel merito delle cause che determinano una sperequazione così marcata tra i diversi stati membri. Se in Francia le famiglie pagano circa il 64% in più rispetto alle industrie, e nei Paesi Bassi il sovrapprezzo si attesta intorno al 20%, in Italia, come detto, si arriva al cento per cento. Un fenomeno che gli economisti di Francoforte spiegano richiamando l’attenzione sulla struttura della bolletta, dove ogni singola componente – dai costi di rete agli oneri generali di sistema, passando per la fiscalità – risulta più pesante per i nuclei domestici. Le industrie energivore, al contrario, beneficiano di tariffe dedicate e di allacciamenti diretti alle reti ad alta tensione, che ne riducono sensibilmente l’incidenza unitaria del costo.
Il peso delle importazioni di combustibili fossili e la stagnazione della domanda
Un altro elemento cardine dell’analisi della Banca centrale europea riguarda la dipendenza dai combustibili fossili importati, un aspetto che penalizza in modo particolare quei paesi, come l’Italia, che non dispongono di un parco nucleare significativo o di una produzione interna di idrocarburi tale da garantire una relativa autonomia. I costi marginali più elevati del gas, che nel mix energetico nazionale continua a giocare un ruolo preponderante nonostante la spinta verso le rinnovabili, si riflettono direttamente sui prezzi finali. E tutto questo, sottolinea il bollettino, avviene in un contesto nel quale la domanda di energia elettrica, pur essendo l’elettrificazione un pilastro delle strategie di decarbonizzazione dell’Unione, è rimasta sostanzialmente stagnante nell’ultimo decennio, con i prezzi che, dopo lo shock del 2021-2022, non sono più scesi a livelli pre-crisi.
I meccanismi di protezione della competitività industriale e i loro effetti collaterali
Quel che emerge con chiarezza dalle pagine del rapporto è una sorta di paradosso di fondo: per salvaguardare la competitività delle grandi imprese manifatturiere, esposte alla concorrenza internazionale, si sono costruiti negli anni meccanismi di sostegno che alleggeriscono il costo dell’energia per chi produce, ma che di fatto scaricano una parte consistente degli oneri sulle spalle dei consumatori finali. Una scelta di politica industriale, comprensibile nelle sue premesse, che finisce però per ampliare il divario tra chi consuma per vivere e chi consuma per produrre, creando una tensione sociale che i recenti provvedimenti governativi, come il decreto bollette varato in queste ore, tentano di lenire con misure una tantum e bonus sociali.




