Bombe plananti e droni russi contro la rete elettrica ucraina, il G7 studia le contromisure per l'inverno
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Redazione Esteri
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La pressione industriale che Mosca esercita sulla difesa e sulle finanze di Kiev non si misura soltanto nei metri quadrati di terreno conteso, ma nella capacità di imporre costi insostenibili al nemico più rapidamente di quanto questi riesca ad assorbirli. La campagna aerea russa risponde a questa logica con un ciclo di saturazione che non concede tregua: il lancio quotidiano di droni d'attacco, affiancato dall'impiego massiccio di bombe plananti a guida di precisione, ha trasformato il fronte energetico nel teatro decisivo di questa fase del conflitto.
Un inverno definito il più duro dall'inizio della guerra
Le Nazioni Unite hanno già definito quello in arrivo come l'inverno più difficile dall'inizio del conflitto. Distruggendo la rete elettrica, Mosca punta a privare i civili di riscaldamento e acqua potabile durante i mesi in cui le temperature scendono fino a meno venti gradi. Gli attacchi non risparmiano le stazioni di servizio, i depositi e le infrastrutture portuali, con l'obiettivo dichiarato di spezzare la logistica militare e, al tempo stesso, il morale della popolazione.
Nelle ultime settimane le autorità ucraine hanno segnalato danni in diverse regioni, dal nord-est al sud del Paese, con un numero crescente di feriti tra i civili.
Kiev risponde colpendo le raffinerie russe
Sul fronte opposto, l'Ucraina ha intensificato i colpi in profondità contro gli impianti di raffinazione e le infrastrutture energetiche russe, mirando a erodere le entrate che alimentano la macchina militare di Mosca. Le forze ucraine hanno colpito ripetutamente raffinerie nella regione del Volga e strutture industriali in territorio russo, in alcuni casi innescando incendi che hanno richiesto ore di lavoro dei vigili del fuoco.
Questa strategia asimmetrica, resa possibile anche grazie al supporto informativo degli alleati occidentali, ha costretto la difesa aerea russa a disperdere risorse su un territorio enormemente vasto, ma non ha ancora prodotto un collasso della capacità di raffinazione tale da compromettere in modo strutturale lo sforzo bellico di Mosca.
Il G7+ a Parigi e il nodo dei finanziamenti
Mentre sul terreno proseguono gli attacchi reciproci, si è svolta a Parigi la riunione ministeriale del G7+ dedicata alla resilienza energetica dell'Ucraina in vista dell'inverno 2026-27, cui ha partecipato, su delega del ministro degli Esteri Tajani, il sottosegretario Massimo Dell'Utri in videocollegamento.
«L'Italia continuerà a essere in prima linea per rafforzare la resilienza energetica e la sicurezza nucleare dell'Ucraina, anche con il contributo del nostro settore privato attraverso donazioni di generatori, stazioni termiche, pannelli solari e reti protettive contro droni», ha affermato Dell'Utri.
Il nostro Paese ha destinato finora 240 milioni di euro all'assistenza energetica di Kiev, nell'ambito dei 3,2 miliardi di aiuti civili bilaterali complessivi; nel solo 2026 sono stati stanziati 10 milioni di euro attraverso l'Energy Community e consegnate 300 caldaie, mentre altre 150 saranno fornite entro l'inizio del prossimo anno.
Le richieste di Kiev e la posizione di Mosca
Durante l'incontro parigino il ministro dell'Energia ucraino Denis Shmyhal ha illustrato ai partner i piani russi di attacco alle infrastrutture energetiche, forniti dai servizi di intelligence di Kiev, e ha indicato le priorità immediate: rafforzare la difesa aerea, proteggere ingegneristicamente gli impianti e accelerare la decentralizzazione del sistema.
Shmyhal ha reso noto che da luglio il Fondo di sostegno energetico per l'Ucraina ha ricevuto oltre 218 milioni di euro, cui si aggiungono circa 307 milioni già annunciati, ma che entro la fine dell'anno serviranno almeno altri 400 milioni per coprire le necessità residue. Sul piano diplomatico, l'Ucraina si è detta disponibile a sospendere gli attacchi contro gli impianti energetici russi, ma solo a condizione di garanzie credibili sulla reciprocità da parte di Mosca.
Il Cremlino, dal canto suo, ha accolto con favore l'idea di una tregua sulle infrastrutture energetiche, senza però formalizzare alcun impegno vincolante: il portavoce Dmitri Peskov ha attribuito le turbolenze del mercato globale del petrolio non al conflitto ucraino, bensì alle tensioni nello stretto di Ormuz.
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