Fuga dal carcere di Opera, il 'mago delle evasioni' torna a colpire
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Redazione Interno
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Nel cuore della notte, mentre il cambio turno delle guardie scandiva un momento di potenziale vulnerabilità, si è consumata l’ultima impresa di un uomo che della fuga ha fatto un'arte perversa. Toma Taulant, quarantunenne di origine albanese, ha infatti abbandonato la sua cella nel settore di massima sicurezza del penitenziario milanese di Opera, replicando un copione che a lui, ormai, deve risultare sinistramente familiare. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’uomo ha prima tranciato le sbarre di ferro della finestra, servendosi di attrezzi la cui provenienza è al centro delle indagini, per poi calarsi lungo la parete esterna utilizzando delle semplici lenzuola annodate. Un piano audace, che gli ha permesso di raggiungere il muro di cinta alto sei metri, scavalcarlo e dileguarsi nell'oscurità, riacquistando una libertà che la giustizia gli aveva negato fino all'ottobre del 2048 per una serie di reati gravi.
Una metodologia collaudata
Quella di Opera non è, per Taulant, una prova d’esordio ma l’ultimo capitolo di una carriera evasiva. L'episodio, nella sua meccanica, riecheggia infatti in modo impressionante una fuga precedente, datata febbraio 2013, quando l’uomo riuscì a lasciare il carcere di Parma. Anche in quell’occasione, le telecamere di sicurezza lo ripresero mentre affrontava la recinzione dell'istituto, sebbene con un metodo ancor più spettacolare: utilizzò una lunga pertica, assemblata con manici di scopa e nastro adesivo, per scalarne gli otto metri d'altezza. A Parma, come oggi a Milano, l’obiettivo era uno solo: superare il muro, simbolo ultimo della costrizione, sfruttando l’ingegno e una preparazione meticolosa. La sua capacità di eludere sistemi di sicurezza considerati rigorosi lo ha così portato a un primato personale, il quarto episodio di evasione da un istituto di pena, superando persino figure leggendarie della cronaca nera italiana in questa particolare e tenebrosa classifica.
Il peso di un passato criminale
Dietro l’abilità tecnica del fuggitivo si staglia un profilo criminale di spessore, legato a circuiti della malavita organizzata e gravato da condanne per rapina che giustificano la lunga pena ancora da scontare. La sua pericolosità, unita alla dimostrata capacità di organizzare fughe complesse, trasforma la sua latitanza in una questione di massima priorità per le forze dell'ordine, ora impegnate in una ricerca a tappeto su tutto il territorio nazionale. Le indagini, inevitabilmente, non si limitano alla caccia all'uomo ma si concentrano anche sui punti critici interni alla struttura carceraria, cercando di capire come sia stato possibile introdurre gli attrezzi per segare il ferro e se vi siano state negligenze o complicità che abbiano favorito il piano. Ogni evasione, soprattutto da un reparto ad alta vigilanza, solleva interrogativi stringenti sull'efficacia dei protocolli e sulla tenuta dei controlli.
Le domande aperte dopo l’evasione
L’immagine delle sbarre tagliate nette resta il simbolo più eloquente di questo accaduto, un dettaglio che parla di tempo, determinazione e di un vuoto di sorveglianza da colmare. La vicenda riporta l'attenzione, ancora una volta, sulla sfida perenne tra chi deve custodire e chi cerca in ogni modo di fuggire, un duello che in questo caso ha visto prevalere, momentaneamente, l’astuzia del detenuto. Il sistema penitenziario è dunque chiamato a un esame di coscienza operativo, mentre gli investigatori percorrono ogni pista per ricondurre tra le sbarre un uomo che ha fatto della libertà illegale una sua triste specializzazione, dimostrando di conoscere a menadito non solo le debolezze delle strutture ma anche i ritmi e le routine di chi le presidia.




