Covid, i sintomi di oggi e le cure da evitare: cosa dicono i dati
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Redazione Salute
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Con l’arrivo dell’autunno torna a circolare il Covid e si moltiplicano le domande su quali siano i sintomi da riconoscere e quali errori evitare nella gestione delle forme lievi. Non si tratta di una nuova emergenza, ma di una convivenza ormai stabile con un virus che continua a mutare. I dati italiani più recenti, quelli della sorveglianza integrata dell’Istituto Superiore di Sanità, fotografano una situazione di bassa circolazione: l’incidenza dei casi diagnosticati e segnalati resta inferiore a un caso per 100.000 abitanti e l’occupazione dei posti letto in area medica è ferma allo 0,5%, con le terapie intensive allo 0,1%. Numeri che raccontano una fase diversa rispetto agli anni della pandemia, ma che non autorizzano a sottovalutare i segnali clinici.
Il quadro sintomatologico attuale
Le varianti che circolano oggi, in particolare XFG e i suoi derivati, non producono un quadro clinico radicalmente diverso da quello osservato nelle precedenti fasi dominate da Omicron. I disturbi più segnalati restano quelli di una sindrome respiratoria comune: mal di gola, tosse secca, naso chiuso o che cola, febbre lieve o moderata, stanchezza diffusa e dolori muscolari. Può comparire anche il mal di testa, mentre la perdita del gusto e dell’olfatto, che aveva caratterizzato le prime ondate, risulta oggi molto meno frequente.
In alcuni pazienti si registrano lievi disturbi gastrointestinali, come nausea o diarrea. Un elemento merita attenzione: la presenza di sintomi respiratori non permette da sola di distinguere il Covid dall’influenza o da altre infezioni virali stagionali. Con l’autunno, diversi virus circolano contemporaneamente e la distinzione può richiedere un test. La raucedine o la perdita temporanea della voce è stata segnalata con una certa frequenza nelle forme associate alla variante XFG, ma non si tratta di un indicatore esclusivo.
L’endemia e le sue ondate
«La ripresa del Covid-19 in queste settimane non deve sorprenderci, né allarmarci: il virus è ormai diventato endemico, cioè non segue una stagionalità rigida come l’influenza e può dare luogo a una o due ondate l’anno». È l’analisi di Francesco Broccolo, microbiologo clinico dell’Università del Salento, che invita a leggere la ripresa autunnale come un fenomeno ricorrente e non come un’anomalia. Le mutazioni accumulate dalle varianti attuali le rendono più abili a eludere gli anticorpi e quindi a reinfettare, ma non ci sono evidenze di una maggiore gravità clinica.
A favorire la circolazione contribuiscono il rientro a scuola e al lavoro, il maggiore tempo trascorso al chiuso e il calo della protezione immunitaria con il passare dei mesi. La priorità resta proteggere le persone fragili: chi ha sintomi respiratori dovrebbe fare un test ed evitare i contatti con soggetti vulnerabili, oltre ad arieggiare gli ambienti.
Gli errori da evitare nelle cure domiciliari
Sul fronte delle terapie, l’errore più insidioso riguarda l’uso dei cortisonici. L’Ordine dei Medici di Torino ha lanciato un appello esplicito contro l’impiego inappropriato di questi farmaci nei primi giorni di malattia, segnalando un numero consistente di ricoveri tra pazienti che li avevano assunti autonomamente, peggiorando il proprio quadro clinico. La prescrizione, ricordano, va riservata ai casi di insufficienza respiratoria con necessità di ossigenoterapia.
Le linee guida per la gestione domiciliare indicano di non utilizzare antibiotici in assenza di una dimostrazione microbiologica di infezione batterica, di evitare l’idrossiclorochina, la cui efficacia non è stata confermata, e di non modificare le terapie croniche in atto per altre patologie senza una stringente ragione clinica. L’uso di benzodiazepine ad alto dosaggio va evitato per il rischio di depressione respiratoria, mentre non esistono evidenze solide di efficacia per supplementi vitaminici e integratori alimentari.
La sorveglianza e le varianti osservate
Il monitoraggio delle varianti resta un tassello centrale per orientarsi. Secondo il cacciatore di varianti Federico Gueli, in Europa la situazione vede una predominanza di XFG e dei suoi derivati, mentre una nuova variante denominata PJ.2.1 è tenuta sotto osservazione. Tracciata a partire da un caso di infezione cronica in Ontario, ha acquisito circa venti mutazioni e da maggio ha iniziato a circolare nella popolazione, espandendosi poi in America e in diversi Paesi europei, tra cui Spagna, Olanda e Inghilterra.
Gueli precisa che non è più evasiva delle altre varianti, ma ha una capacità superiore di legarsi alla cellula umana, un elemento che ne giustifica il monitoraggio senza che vi siano al momento prove di un impatto sulla gravità dei casi. In Italia i sequenziamenti disponibili restano limitati e l’Istituto Superiore di Sanità invita a interpretare con cautela le percentuali sulle varianti prevalenti.
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