Covid, 74 nuovi casi in Lombardia a settembre: l'esperto spiega perché non c'è da allarmarsi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il Covid non è più l'emergenza sanitaria che ha segnato gli anni della pandemia, ma il virus continua a circolare e i dati vengono aggiornati con regolarità. L'ultimo quadro disponibile indica 74 nuovi casi in Lombardia nel mese di settembre, oltre la metà dei 128 complessivamente registrati in Italia. Numeri che, pur segnalando una ripresa della circolazione, restano su livelli molto lontani da quelli delle fasi acute degli anni precedenti.

Cosa dicono i dati francesi e il quadro europeo

A riaccendere l'attenzione sul virus era stata la Francia, dove nella settimana dal 14 al 20 settembre le consultazioni per sospetto Covid presso i medici di base sono aumentate del 76 per cento rispetto alla settimana precedente, con incrementi in tutte le fasce d'età.

Un dato che ha fatto parlare di recrudescenza, ma che va letto con cautela: come ha precisato Federico Gueli, il ricercatore italiano che da anni segue l'evoluzione delle varianti, si parte da una situazione di bassissima circolazione e i livelli attuali non superano quelli registrati nello stesso periodo dell'anno scorso. L'epidemiologo francese Antoine Flahault ha inquadrato il fenomeno come una ripresa globale, osservata anche negli Stati Uniti e in Asia, in linea con quanto già visto negli anni precedenti nello stesso periodo.

Perché il virus si comporta così

La chiave per interpretare questi numeri sta nella natura ormai endemica del Sars-CoV-2. «La ripresa del Covid-19 in queste settimane non deve sorprenderci, né allarmarci: il virus è ormai diventato endemico, cioè non segue una stagionalità rigida come l'influenza e può dare luogo a una o due ondate l'anno», ha spiegato Francesco Broccolo, microbiologo clinico dell'Università del Salento.

Il rientro a scuola e al lavoro, il maggior tempo trascorso in ambienti chiusi e il progressivo calo della protezione immunitaria con il passare dei mesi sono i fattori che alimentano la circolazione. In Cina, tra la fine di luglio e l'inizio di agosto, la positività ai test ha superato il 20 per cento senza però determinare pressioni significative sugli ospedali, a conferma che l'intensità delle ondate resta simile a quella osservata in Europa nei due anni precedenti.

Le varianti sotto osservazione

Il panorama delle varianti è frammentato e in continua evoluzione. Secondo Broccolo, le più diffuse attualmente sono NB181 e XFG, entrambe discendenti dal ceppo JN-1 e caratterizzate da mutazioni nella proteina Spike che le rendono più abili a eludere gli anticorpi e a causare reinfezioni. «Non ci sono però evidenze di una maggiore gravità clinica», ha precisato il microbiologo. Accanto a queste, l'attenzione degli esperti è puntata su PJ.2.1, una variante altamente mutata che ha mostrato una capacità di legame al recettore ACE2 eccezionalmente elevata, superiore a quella delle varianti contemporanee come NB.1.8.1 e XFG. Pur non presentando al momento una spiccata evasione immunitaria, la sua forza di legame di base potrebbe favorire l'acquisizione rapida di mutazioni capaci di eludere le difese, motivo per cui la sorveglianza genomica su di essa resta alta.

Proteggere i fragili resta la priorità

Le indicazioni degli esperti non cambiano rispetto alle fasi precedenti. Broccolo raccomanda a chi presenta sintomi respiratori di fare un test ed evitare il contatto con le persone vulnerabili, e sottolinea l'importanza di arieggiare sempre gli ambienti. La sorveglianza genomica e la diagnostica di laboratorio, anche quando non c'è un'emergenza, restano il sistema di allerta precoce su cui fare affidamento per intercettare eventuali cambiamenti nella traiettoria evolutiva del virus.

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