Marina Peroni a “Domenica In”: l’ultimo concerto di Sandro Giacobbe e il coraggio di salutare il palco
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La puntata domenicale di Rai 1, quella affidata alla conduzione di Mara Venier, si è trasformata ieri in un’aula di tribunale emotiva dove l’unica testimone, Marina Peroni, ha ricostruito gli ultimi, drammatici metri di corsa di suo marito, Sandro Giacobbe. Erano amici, la Venier e il cantautore, e forse è proprio per questo che l’intervista, come la stessa conduttrice ha ammesso, è stata particolarmente difficile da gestire: nonostante la consueta corazza professionale, trovare le parole giuste per chiedere a una vedova come si saluta un palco per sempre è un esercizio di stile che sfiora l’impossibile.
Marina Peroni ha raccontato un dettaglio che restituisce l’intera tragedia con una semplicità disarmante: la consapevolezza silenziosa. “Sapevo che lui quest’anno non ci sarebbe più stato”, ha dichiarato, rivelando un patto non detto tra lei e i medici, un alone di verità da cui l’artista, almeno ufficialmente, si teneva lontano. Giacobbe, morto a dicembre a 76 anni per un tumore alla prostata che negli ultimi tempi aveva prodotto metastasi ossee, non voleva sapere. Non parlava con i camici bianchi, come se ignorare i dettagli potesse allontanare lo spettro della fine, ma paradossalmente – forse per quell’istinto animale che hanno gli artisti – percepiva il conto alla rovescia meglio di chiunque altro.
“Lo volete capire che non so se ci sarò l’anno prossimo?”
Il momento clou del racconto, quello che ha spezzato l’aria nello studio, ha riguardato l’ultima volta che Sandro Giacobbe ha impugnato un microfono. Era il 24 ottobre (o il 21 secondo altre cronache, a testimonianza della confusione emotiva di quei giorni), e la moglie aveva paura. Una paura viscerale, raccontata senza filtri: che si sentisse male, che crollasse sotto il peso delle metastasi proprio lì, sotto i riflettori.
“Abbiamo cercato di convincerlo a rimandare a marzo”, ha spiegato Peroni, riferendosi a una possibile tregua dovuta alla fine di un ciclo di terapie. Ma lui, snervato dalla prudenza altrui, ha chiuso la discussione con una frase che oggi risuona come un testamento: “Lo volete capire che io non so neanche se ci sarò l’anno prossimo?”. Era una frase che non ammetteva repliche, e infatti non ne ebbe. Dieci minuti prima di salire sul palco, la dottoressa che lo seguiva (e che la signora ha voluto ringraziare pubblicamente) è dovuta intervenire dietro le quinte perché lui non stava bene; eppure, come se la musica fosse una morfina più potente di qualsiasi farmaco, una volta in scena fu “strepitoso”.
La solitudine degli artisti e la lealtà di Paolo Mengoli
In questo racconto di coraggio privato, è emerso un passaggio scomodo che la Venier non ha potuto ignorare. Nel mondo della musica leggera italiana, Giacobbe era un volto noto, una presenza fissa anche nella “Nazionale Cantanti”, quel conglomerato di artisti che unisce beneficenza e pallone. Eppure, alla domanda diretta su quanti colleghi gli fossero stati vicini durante la malattia, la risposta della vedova è stata un secco “No”.
Con la schiettezza di chi non ha più nulla da perdere o da guadagnare dalle dinamiche dello showbiz, Marina Peroni ha fatto un nome: Paolo Mengoli. Lui sì, è stato “straordinario”, presente. Il resto del mondo dello spettacolo, quello dei tappeti rossi e dei duetti televisivi, sembra aver lasciato solo un uomo che affrontava la sua “Ferrari” – così chiamava ironicamente la sedia a rotelle – e la “Teresa” del titolo (la parrucca).
Un amore nato tra un aperitivo e un volo per il Canada
Non c’è stata solo la cronaca del declino fisico, nell’intervista, ma anche il tentativo di cristallizzare un sentimento che ha sfidato la cronobiologia. Marina ha riavvolto il nastro fino al 2009, a quell’aperitivo del 9 settembre che cambiò la sua vita. Era diffidente all’inizio, forse spaventata dall’intensità di un uomo che la invitò a raggiungerlo in Canada. Ci volle l’incoraggiamento della nonna per far scattare la scintilla, ma poi fu tutto in discesa: la galanteria di lui, quella complicità che li portò a non litigare mai, neppure una volta. “Lui mi ha insegnato a non usare mai parole offensive nella coppia”, ha confessato, descrivendo un matrimonio celebrato quasi per gioco, con un pizzico di sana incoscienza, mentre la malattia era già un’ombra nel salotto di casa.




