Bonus di 4.000 euro e buoni pasto a 10 euro, la manovra punta sul welfare aziendale
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Redazione Economia
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Il governo, nell'ambito della bozza di Manovra per il 2026, sta definendo un pacchetto di interventi che, se confermato, segnerebbe una svolta significativa nel campo del welfare aziendale e del sostegno al potere d'acquisto dei lavoratori. L'asse portante della proposta, che si articola in diverse misure complementari, ruota attorno all'obiettivo di sostenere i redditi da lavoro attraverso benefici erogati direttamente dalle imprese, i quali, godendo di un regime fiscale agevolato, rappresentano un vantaggio concreto per i dipendenti senza costituire un onere eccessivo per le casse aziendali. Una strategia che, lungi dall'essere meramente assistenziale, mira a incentivare un modello di impresa più attento al benessere delle persone, cercando al contempo di innescare un circolo virtuoso di fidelizzazione e di aumento della produttività.
Il raddoppio dei fringe benefit e il bonus esentasse
Uno degli elementi di maggiore impatto contenuti nella bozza è il possibile raddoppio delle soglie di esenzione per i cosiddetti fringe benefit, quei benefit in natura o in servizi che le aziende possono concedere ai propri dipendenti. Questo intervento, che si inserisce in un percorso di potenziamento del welfare aziendale, andrebbe ad ampliare notevolmente la platea di beni e servizi che i lavoratori possono ricevere senza che questi vengano considerati reddito tassabile. Parallelamente, viene previsto un bonus di 4.000 euro, anch'esso completamente esentasse, destinato a tutti i dipendenti; una misura diretta che, unita all'ampliamento dei benefit, costituisce una risposta tangibile alla necessità di sostenere i redditi reali in un contesto economico ancora caratterizzato da incertezze.
La svolta sui buoni pasto: l'esenzione sale a 10 euro
Un capitolo a sé stante, e di immediata comprensione per milioni di lavoratori, è quello relativo alla riforma dei buoni pasto. La Manovra prevede infatti l'innalzamento della soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici, portandola dagli attuali 8 euro a 10 euro. Una variazione, questa, che si traduce in un guadagno netto fino a 500 euro l'anno per circa 3,5 milioni di persone, le quali potranno contare su un maggiore supporto per il pasto quotidiano. Resta invece ferma a 4 euro la cifra per i buoni cartacei, una scelta che sembra voler accelerare la transizione verso forme digitali di erogazione. Per lo Stato, l'operazione ha un costo stimato tra i 75 e i 90 milioni di euro, una somma che, tuttavia, potrebbe essere almeno in parte compensata da un aumento del gettito Iva, generato dall'incremento dei consumi nei settori alimentare e della ristorazione favorito proprio dalla maggiore disponibilità economica.
Le reazioni del settore e il quadro normativo
L'annuncio dell'innalzamento, che si è confermato nella prima bozza del testo inviata in Parlamento, è stato apprezzato dalle società emettitrici, le quali vedono nella misura un concreto aiuto per "ridare potere d'acquisto al ceto medio". Dalle aziende della distribuzione, dove viene consumata la stragrande maggioranza dei buoni, arriva però una richiesta parallela: quella di un taglio delle commissioni, affinché il beneficio per i lavoratori non si traduca in un onere aggiuntivo per gli esercenti. Sul piano giuridico, la disciplina dei buoni pasto è delineata nell'Allegato II.17 dell'articolo 131 del Decreto Legislativo numero 36 del 2023, il quale definisce il buono come il documento, anche in forma elettronica, che attribuisce al titolare il diritto a ottenere il servizio sostitutivo di mensa per un importo pari al suo valore facciale.




