Il nuovo idolo dei dem “democratici” censura la tv pubblica: l’Ungheria di Péter Magyar tra ritorno all’Europa e bavaglio mediatico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’illusione durata lo spazio di un fine settimana. La vittoria schiacciante di Péter Magyar alle elezioni politiche del 12 aprile – un trionfo che ha spazzato via sedici anni di governo illiberale di Viktor Orbán – era stata accolta dalle cancellerie europee come la fine di un incubo e il ritorno dell’Ungheria “al cuore pulsante dell’Europa”. Ursula von der Leyen, Friedrich Merz e Donald Tusk, solo per citare i più entusiasti, hanno osannato il nuovo corso definendolo una vittoria della moralità contro le bugie. Eppure, a nemmeno una settimana dal voto, il neo-premier si è già spogliato dei panni del paladino della libertà per indossare quelli del censore, rivelando una continuità inquietante con le pratiche comunicative del regime che pure aveva promesso di abbattere.

L’attacco alla “fabbrica di menzogne” e lo scontro istituzionale

È stato un gesto quasi teatrale, compiuto proprio nel ventre della bestia. Magyar, invitato in modo del tutto inedito dagli studi di radio e tv di Stato, non ha usato mezzi termini: ha definito il servizio pubblico una “macchina di propaganda” ormai agli ultimi giorni di vita, minacciando la sospensione dei finanziamenti e una epurazione radicale delle testate. Una mossa che, se da un lato risponde alla necessità oggettiva di smantellare il sistema mediatico costruito da Orbán – un meccanismo perfetto dove i giornalisti fedeli al Fidesz hanno per anni ripagato il sostegno del governo – dall’altro rappresenta un preoccupante attacco frontale alla pluralità dell’informazione. La sua furia non si è fermata ai microfoni: Magyar ha esteso la sfiducia fino al Presidente della Repubblica, definendolo un “burattino” destinato a essere rimosso insieme a tutto l’apparato dei fedelissimi orbaniani. Una retorica dello “schiacciamento” che riecheggia la stessa violenza verbale usata dal tiranno che lo ha preceduto.

L’abbraccio di Bruxelles e l’incognita Ucraina

Nonostante la piega autoritaria delle prime dichiarazioni, Bruxelles sembra voler guardare dall’altra parte, almeno per il momento. La gioia per la caduta di Orbán – colui che per anni ha posto il veto sugli aiuti a Kiev e tenuto in ostaggio i fondi europei – è talmente immensa da offuscare la visione dei vertici comunitari. La presidente von der Leyen ha già fissato l’obiettivo di sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, una procedura che Magyar, pur mantenendo una certa ambiguità tattica, non sembra intenzionato a bloccare come faceva il suo predecessore. Tuttavia, il nuovo premier ha già messo le mani avanti: è contrario all’invio di armi a Kiev e all’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione, posizioni che presto potrebbero riaccendere il conflitto con la Commissione. Per ora, prevale la linea morbida: a Bruxelles si respira un sollievo tale da far passare in secondo piano le prime avvisaglie di bavaglio mediatico, nella speranza che la “nuova” Ungheria si limiti a votare compatto per il sostegno a Zelensky senza fare troppe domande sulla libertà di stampa interna.

La post-democrazia e l’eredità pesante di Orbán

Per comprendere la ferocia della reazione di Magyar, bisogna ricordare cosa fosse diventata l’Ungheria sotto il governo di Viktor Orbán. Quello che lui stesso definiva uno “Stato illiberale” era in realtà un sistema perfetto di occupazione del potere: una legge elettorale cucita su misura per il Fidesz, una Corte Costituzionale blindata da fedelissimi, docenti universitari messi all’indice e leggi repressive contro le minoranze. In questo contesto, i media pubblici non erano semplicemente schierati, ma una vera e propria cassa di risonanza del governo. Magyar, che di quel sistema è stato per anni parte attiva prima di trasformarsi in oppositore, sa bene che finché quei giornalisti rimarranno nei palazzi del potere, la sua autorità sarà contestata. Ecco perché la sua prima mossa, paradossalmente, non è stata quella di aprire le porte a voci plurali, ma quella di chiudere i rubinetti del denaro pubblico per chi non si allinea. Un modo, questo, che lo rende più simile a Orbán di quanto l’Europa voglia ammettere.

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