Guerra e rincari, il conto da 29 miliardi che grava sulle tasche degli italiani

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Redazione Economia Redazione Economia   -   È un meccanismo perverso e inesorabile, quello che lega le tensioni geopolitiche del Golfo Persico ai bilanci familiari della Penisola, un meccanismo che trasforma ogni crisi internazionale in una mazzetta sui prezzi dei beni di prima necessità. Secondo le ultime proiezioni dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, il conto salato che famiglie e imprese dovranno onorare entro la fine dell’anno per far fronte ai rincari energetici – e, a cascata, all’intera filiera produttiva – toccherà quota 29 miliardi di euro. Un peso, questo, che si riverserà in media sulle singole unità familiari con un aggravio di spesa che oscilla tra i 1.000 e i 1.200 euro, una cifra destinata a salire ulteriormente per quei nuclei che utilizzano più mezzi di trasporto o risiedono in zone con scarsa efficienza energetica.

La mazzetta su benzina e bollette

Analizzando i dati forniti dall’associazione artigiana, emerge chiaramente quale sia la voce che incide maggiormente sul portafoglio degli italiani. Il primato negativo spetta ai carburanti: tra benzina e diesel, la stima dell’extra costo lievita a 13,6 miliardi di euro, segnando un balzo del 20,4% rispetto ai dodici mesi precedenti. A ciò si aggiungono i rincari delle forniture domestiche, con l’energia elettrica che pesa per 10,2 miliardi (+12,9%) e il gas che segue a ruota con 5 miliardi addizionali (+14,6%). In pratica, ogni qualvolta si fa rifornimento o si apre una busta intestata a un fornitore di servizi, l’utente medio si trova a sostenere un costo che inra già le tensioni internazionali, un’imposta implicita che non compare in nessuna voce separata in fattura ma che svuota le liquidità giorno dopo giorno.

Il territorio e il gradiente della crisi

Se è vero che la crisi colpisce l’intero sistema Paese, è altrettanto vero che esistono sacche di sofferenza più profonde di altre. La ripartizione geografica del disallineamento economico mostra come il fardello maggiore, in termini assoluti, gravi sulla Lombardia: qui l’aumento complessivo richiesto per sostenere i consumi energetici arriva a sfiorare i 5,4 miliardi. Un dato, quello lombardo, che riflette la densità industriale e la dipendenza logistica del Nord Italia, mentre la fotografia cambia leggermente se si guarda alle variazioni percentuali: in Basilicata, così come in Campania e Puglia, l’incremento della spesa per carburanti supera abbondantemente la media nazionale, impattando in modo drammatico su economie regionali già meno robuste.

Lo shock logistico e la speculazione silenziosa

Ma il dato dei 29 miliardi, sebbene impressionante, racconta solo la parte più immediata della crisi, quella relativa alle utility e alla mobilità. Quello che davvero preoccupa gli analisti è l’effetto domino sui beni alimentari, quel meccanismo perverso in cui l’aumento dei costi di trasporto e dei fertilizzanti – strettamente legati al prezzo del gas – viene ribaltato sulla schiena del consumatore al momento del check-out al supermercato. Le ripercussioni dello shock energetico seguono un percorso non lineare: il limone sullo scaffale, per esempio, non inra il costo del petrolio solo nella benzina del camion che lo trasporta, ma anche nella plastica della confezione, nella luce del magazzino frigorifero e persino nel gasolio del trattore che lo ha raccolto. Una concatenazione che rende ineluttabile la traslazione dei costi energetici sulle tavole degli italiani, indipendentemente dalla distanza fisica dal teatro bellico.

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