La paura della guerra e la speranza della rivolta: l’Iran diviso mentre Trump studia l’attacco

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il rumore sordo di una possibilità, quella di un conflitto imminente, riecheggia per le strade di Teheran e si infrange contro la determinazione di chi, come Azadeh, in quel cielo che potrebbe diventare teatro di un bombardamento vede l’unica via d’uscita. La giovane, affacciata alla finestra nel cuore della capitale iraniana, ripete come un mantra che la guerra, quella guerra che spaventa tanti, per lei rappresenta al contrario una speranza di liberazione dai mullah. Le sue parole, riportate dalle agenzie, fotografano uno spaccato di un Paese spaccato, dove la paura per le incursioni aeree – già sperimentate nei mesi scorsi – si mescola al desiderio feroce di un cambiamento che sembra poter arrivare solo dall’esterno, con missili e droni che dal cielo possano spazzare via il regime. Ed è in questo clima di tensione palpabile che le piazze, o meglio i cortili delle università, tornano a riempirsi.

Il ritorno della protesta studentesca tra le maglie della repressione

Sabato scorso, il fermento ha ripreso negli atenei di Teheran, in particolare all’Università di Ingegneria e alla Sharif University of Technology, dove gli studenti si sono radunati per commemorare le vittime delle sommosse di gennaio. Non semplici raduni commemorativi, ma autentiche manifestazioni di dissenso, come confermano i video geolocalizzati dall'AFP che mostrano gruppi di giovani scandire "Bi sharaf" ("Vergogna") e dare vita a tafferugli. Il richiamo alla libertà, "Azadi, azadi, azadi", è risuonato nuovamente tra le aule universitarie, infrangendo quel silenzio imposto dalla dura repressione governativa che, secondo fonti dell'opposizione, avrebbe causato migliaia di vittime nello scorso mese di gennaio. La mobilitazione, che ha toccato anche atenei di Mashhad, rappresenta la seconda giornata consecutiva di proteste e si inserisce in un quadro di crescente insofferenza popolare, a cui il regime risponde alternando chiusura istituzionale e dispiegamento di forze paramilitari.

Il doppio binario di Trump: diplomazia e opzione militare

A fare da contraltare a queste crepe interne, c'è la pressione esterna esercitata dall'amministrazione Trump. Il presidente americano, tornato alla Casa Bianca, si trova a gestire un dilemma di politica estera di non poco conto, soppesando le opzioni che gli vengono sottoposte dai suoi consiglieri. Da un lato, c'è la strada, già intrapresa, di una trattativa serrata: ne sono prova i colloqui mediati dall'Oman in programma a Ginevra, con l'inviato americano Steve Witkoff pronto a incontrare il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Si parla di possibili aperture, di un arricchimento dell'uranio "simbolico" che Teheran potrebbe mantenere, una concessione per evitare lo scontro totale ma che dovrebbe comunque precludere ogni via verso la bomba. Dall'altro lato, però, l'ipotesi dell'attacco militare è tutt'altro che tramontata e viene anzi preparata minuziosamente. Il rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione, con due portaerei e numerosi velivoli da guerra, non è solo una tattica negoziale, ma la precondizione per un intervento che, nelle sue declinazioni più estreme, potrebbe persino contemplare l'eliminazione fisica della guida suprema, Ali Khamenei, e del figlio Mojtaba. Una mossa, quest'ultima, dal valore altamente simbolico e dagli esiti imprevedibili, che rivelerebbe una volta per tutte la volontà di cambiare gli equilibri a Teheran con la forza.

L'incognita delle conseguenze e le voci da Teheran

Se la diplomazia dovesse fallire, e i negoziatori non riuscissero a trovare un'intesa sulla questione nucleare e sulle sanzioni, lo scenario di uno scontro militare diventerebbe concreto. E mentre i funzionari, sia iraniani che occidentali, iniziano a mostrare segni di pessimismo sulla reale possibilità di scongiurare il conflitto, la popolazione resta sospesa. Da un lato, il timore di un'ulteriore escalation e di nuove vittime, dall'altro, la voce di chi, come Azadeh e come i tanti studenti scesi in piazza, vede nella possibile offensiva esterna l'unica leva in grado di far cadere definitivamente i mullah. Il regime, indebolito dalle sanzioni e dalle proteste interne, cerca di mostrare un fronte compatto, ma la realtà di un Paese diviso tra chi teme le bombe e chi le invoca emerge nitida dalle finestre di Teheran e dai cori che sfidano la repressione nei campus universitari.

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