Inflazione in aumento, Fed e Bce verso una pausa sui tassi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’inflazione continua a mettere sotto pressione le banche centrali, ma Federal Reserve e Banca centrale europea dovrebbero mantenere invariati i tassi d’interesse nelle riunioni di fine ottobre. La pausa, tuttavia, non equivale a un cambio di rotta definitivo: la persistenza delle pressioni sui prezzi lascia aperta la possibilità di nuove strette monetarie entro la fine dell’anno. Gli investitori seguiranno soprattutto le indicazioni dei vertici dei due istituti, perché le dichiarazioni che accompagnano le decisioni possono modificare le aspettative sui costi del credito, sui rendimenti obbligazionari e sulle prospettive dei mercati finanziari.

Fed, l’inflazione mantiene aperta la strada a nuovi rialzi

Negli Stati Uniti, la riunione del Federal Open Market Committee è in programma il 27 e 28 ottobre. Gli economisti interpellati da Reuters si aspettano una conferma dell’intervallo dei tassi compreso tra il 3,75% e il 4%, dopo la stretta decisa a settembre. La maggior parte degli operatori considera improbabile un nuovo aumento immediato, ma ritiene possibile un intervento a dicembre, quando i responsabili della politica monetaria avranno valutato ulteriori dati sull’economia e sull’andamento dei prezzi. L’inflazione resta superiore all’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale americana, mentre i maggiori costi energetici alimentano il rischio di nuove pressioni sulle famiglie e sulle imprese.

La prudenza non esclude una posizione più restrittiva nei prossimi mesi. Paolo Zanghieri, Senior Economist di Generali Asset Management, attribuisce una probabilità di circa un terzo a un rialzo immediato, una stima superiore a quella incorporata nelle quotazioni di mercato, pari a circa il 15%. Secondo l’analista, i dati recenti sull’attività economica e sull’inflazione giustificano una valutazione più severa della politica monetaria, nonostante le indicazioni di diversi esponenti della Fed favorevoli a una pausa. La prospettiva di un aumento dei tassi resta quindi legata anche al modo in cui i responsabili dell’istituto interpreteranno i segnali di persistenza dell’inflazione.

Bce, prezzi dell’energia e prospettive dell’Eurozona

Anche la Banca centrale europea dovrebbe lasciare invariato il costo del denaro nella riunione prevista per il 29 ottobre. Le attese degli analisti indicano una conferma del tasso sui depositi al 2,5%, in un contesto condizionato dal rincaro dell’energia e dai rischi per la stabilità economica e finanziaria dell’area euro. Le proiezioni pubblicate dall’istituto a settembre indicavano un’inflazione media del 3% nel 2026, destinata a scendere al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. Per la crescita economica, le stime erano pari allo 0,9% nell’anno in corso e all’1,4% nel successivo, con un miglioramento rispetto alle precedenti previsioni.

Il problema per Francoforte consiste nel contenere l’aumento dei prezzi senza aggravare il rallentamento dell’economia. Le tensioni sui mercati energetici possono infatti alimentare l’inflazione nel breve periodo, mentre condizioni finanziarie più restrittive rendono più costosi finanziamenti, mutui e investimenti aziendali. La Bce ha segnalato che, al momento, non si osservano effetti significativi del rincaro dell’energia sugli altri prezzi e sui salari oltre quelli già incorporati nelle proiezioni. Questa valutazione lascia spazio a una pausa, ma non esclude un intervento successivo qualora le pressioni inflazionistiche si rivelassero più persistenti del previsto.

Le prossime mosse dipendono dalle indicazioni dei banchieri centrali

Il punto centrale per i mercati è distinguere la decisione immediata sul costo del denaro dalle indicazioni sulla direzione futura della politica monetaria. Una conferma dei tassi può accompagnarsi a comunicazioni più restrittive, se i responsabili delle banche centrali ritengono necessario contrastare ulteriori aumenti dei prezzi. Al contrario, segnali di maggiore fiducia nel rallentamento dell’inflazione potrebbero ridimensionare le aspettative di nuove strette. Per questo le conferenze stampa successive agli annunci assumono un peso particolare nelle valutazioni degli investitori, soprattutto quando le quotazioni incorporano scenari diversi da quelli prospettati dagli economisti.

Negli Stati Uniti, il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza ha già complicato le valutazioni della banca centrale: un ulteriore irrigidimento delle condizioni finanziarie potrebbe frenare eccessivamente l’attività economica. In Europa, le prospettive restano legate anche alla capacità dell’economia di assorbire il rincaro dell’energia senza trasferirlo in modo più ampio a salari e prezzi. Le decisioni di fine anno saranno quindi influenzate non soltanto dall’inflazione osservata, ma anche dalla sua diffusione nell’economia e dagli effetti che le condizioni di finanziamento producono su consumi e investimenti.

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