Morta l’ex brigatista Anna Laura Braghetti, Bachelet: “Le ho stretto la mano”
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Redazione Interno
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La scomparsa di Anna Laura Braghetti, avvenuta all’età di settantadue anni a seguito di una malattia, chiude un capitolo doloroso della storia repubblicana, riaprendo, al contempo, riflessioni che sembravano sopite. La sua figura, tra le più emblematiche del terrorismo degli anni di piombo, era indissolubilmente legata a due dei delitti più efferati che segnarono l’Italia: il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, del quale fu una delle carcerieri nell’appartamento di via Montalcini, gestendo, in particolare, gli approvvigionamenti di cibo; e l’assassinio di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, freddato sulle scale dell’Università La Sapienza, un delitto al quale lei stessa partecipò attivamente. Negli ultimi anni, come emerso da diverse ricostruzioni, aveva condotto un’esistenza ritirata e riservata, lontana dai riflettori, dedicandosi, anche durante gli ultimi anni di detenzione, ad attività sociali rivolte soprattutto ai detenuti e a persone in difficoltà, un impegno che rappresentava un tassello del suo percorso personale.
Il gesto di Giovanni Bachelet
Proprio in queste ore, mentre la notizia della sua morte si diffondeva, giungeva la reazione di Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio e oggi affermato fisico, il quale, raggiunto dall’Adnkronos, ha scelto parole di sorprendente misura. “L’ho conosciuta, l’ho vista anni fa a un convegno e le ho stretto la mano volentieri”, ha dichiarato, aggiungendo, con un tono che rifugge da qualsiasi retorica, come fosse “giusto che fosse libera dopo aver scontato la sua pena”. Una dichiarazione, la sua, che non cancella il passato ma che, anzi, ne riconosce il peso, sottolineando il valore di un percorso giudiziario compiuto fino in fondo, un concetto, quest’ultimo, che va al di là della semplice vicenda personale e tocca il senso stesso della giustizia e del suo espletamento.
La doppia vita della “postina” di Moro
La Braghetti, che per il ruolo avuto nel sequestro Moro fu soprannominata “la postina”, visse a lungo in una condizione di clandestinità e successivamente, dopo la cattura e il carcere, cercò un anonimato che le permettesse di essere dimenticata. Come raccontato da chi la conobbe in quel periodo, condusse una vita molto riservata, stringendo patti di silenzio con i pochi confidenti, ai quali chiese di non rivelare mai il suo indirizzo o il numero di telefono, nella speranza, a volte illusoria, di potersi costruire uno spazio lontano dalla storia che aveva contribuito a scrivere. L’appartamento di via Montalcini, intestato a suo nome e scelto proprio perché ritenuto il meno sospetto, divenne il teatro di una delle pagine più buie della nostra cronaca, un luogo che, da semplice abitazione, si trasformò in una prigione e, infine, in un simbolo indelebile.
La memoria e i luoghi simbolo
La coincidenza temporale per cui la notizia della morte giunge mentre Giovanni Bachelet si trova proprio nella sede del Csm, l’ex palazzo dei Marescialli oggi intitolato alla memoria del padre, per un evento promosso dall’Associazione a lui dedicata, dove si ricorda l’ex capo dello Stato Giovanni Gronchi, aggiunge un ulteriore strato di significato alla complessità del momento. Quel palazzo, che oggi ospita una istituzione fondamentale dello Stato, rappresenta un monito permanente contro la violenza che lo colpì, un luogo in cui la memoria delle vittime viene onorata attraverso il lavoro quotidiano e lo studio, in un contesto che, pur rievocando il passato, guarda necessariamente al futuro.




