È morta Anna Laura Braghetti, la carceriera di Aldo Moro
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Redazione Interno
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Anna Laura Braghetti è morta a 72 anni, chiudendo un’esistenza che, per molti, rimarrà per sempre segnata da quei cinquantacinque giorni del 1978. Aveva ventiquattro anni quando, su richiesta di Bruno Seghetti, affittò un appartamento in via Montalcini a Roma, un gesto che la legò indissolubilmente a uno degli episodi più bui della storia repubblicana. In quelle stanze, infatti, venne tenuto prigioniero Aldo Moro, e a lei, che si occupava di nutrirlo e di mantenere una parvenza di normalità con i vicini, toccò il ruolo silenzioso e terribile di carceriera. Un ruolo che, come ebbe a dire lei stessa, svolse senza quasi mai vederlo e senza mai rivolgergli la parola, un dettaglio che restituisce l’assoluta spersonalizzazione di quella prigionia.
Il peso di un ruolo e le azioni sanguinose
Sebbene la sua figura pubblica sia definita principalmente dalla reclusione dello statista democristiano, Braghetti fu autrice di alcune delle azioni più sanguinose della colonna romana delle Brigate Rosse. Il suo nome, che compariva sul contratto d’affitto di quello che divenne il “carcere del popolo”, era solo uno dei tasselli di un impegno rivoluzionario totalizzante. Un impegno che, inevitabilmente, la portò a confrontarsi con la giustizia dello Stato che aveva combattuto, finendo in carcere dopo un arresto che un capitano dei carabinieri, Domenico Di Petrillo, ha recentemente rievocato, ricordando come avvenne grazie a un infiltrato che il Partito Comunista Italiano offrì al generale Dalla Chiesa.
L’arresto e la vita successiva
Quel 27 maggio del 1980, i militari individuarono Braghetti ai tavolini di un bar in piazza Cesarini Sforza, mentre era in compagnia di altri due militanti, Salvatore Ricciardi e un milanese. La sua cattura segnò la fine della sua militanza attiva e l’inizio di un lungo percorso detentivo e, successivamente, di una vita ritirata. Come ha raccontato chi l’ha conosciuta negli anni, condusse un’esistenza molto riservata, lontana dai riflettori, quasi nell’illusione di poter essere dimenticata, chiedendo agli amici di non divulgare il suo numero di telefono o il suo indirizzo, un patto di silenzio rispettato per vent’anni.
Il ricordo dei compagni
Nonostante il peso della sua storia, che l’ha marchiata per decenni come “la carceriera di Moro”, per alcuni dei suoi ex compagni di lotta, come Francesca Mambro, che l’ha definita “una sorella”, il suo ricordo va oltre quel ruolo. Un legame che sopravvive alle vicende giudiziarie e alle condanne, testimoniando la profondità dei rapporti umani che si crearono all’interno di quella esperienza politica radicale. La sua morte, avvenuta nella stessa città dove era nata e dove aveva vissuto sempre, riapre le pagine di una storia collettiva le cui ferite, per molti versi, non si sono ancora rimarginate.




