La memoria e il perdono, riletti attraverso le vite di Bachelet e la sua carceriera
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Redazione Interno
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La scomparsa di Anna Laura Braghetti, all'età di settantadue anni, riporta alla luce, con la sua inevitabile carica di storia e di dolore, una delle pagine più complesse e sofferte del Novecento italiano, facendo riemergere, con essa, le parole di un altro figlio di quegli anni di piombo, Giovanni Battista Bachelet, il quale, a sua volta, perse il padre per mano della stessa donna. La Braghetti, che all'epoca dei fatti aveva solo ventiquattro anni, viene ricordata dalla cronaca per il ruolo di "carceriera" di Aldo Moro, nell'appartamento di via Montalcini a Roma, dove l'esponente della Democrazia Cristiana fu tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni; un periodo durante il quale, stando alle ricostruzioni, si occupò di nutrirlo mantenendo una facciata di normalità, senza quasi mai rivolgergli la parola, in un silenzio che ancora oggi solleva interrogativi sulle dinamiche di quella prigionia e sulle ragioni per cui quel covo non fu mai scoperto.
Il peso di una condanna e il gesto di un perdono
Proprio in quella stessa abitazione, che divenne il teatro di un evento destinato a segnare la storia repubblicana, si consumò, a distanza di anni, un altro dramma familiare: quello della famiglia Bachelet. Vittorio Bachelet, giurista di fama e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, venne infatti ucciso da un commando delle Brigate Rosse il 12 febbraio del 1980, in un agguato in cui, secondo le indagini, fu la stessa Braghetti a premere il grilletto. Suo figlio, Giovanni Battista, all'epoca non ancora venticinquenne, reagì a quella perdita straziante con un gesto di una magnanimità sconcertante, trovando, durante le esequie del padre, la forza di invitare alla preghiera per i suoi assassini, affermando, con una fede che pochi avrebbero potuto esprimere in un momento tanto buio, che sulle loro bocche dovesse esserci «sempre il perdono e mai la vendetta».
Le indagini e l'ombra della politica
Il percorso giudiziario che portò all'arresto di Anna Laura Braghetti, avvenuto il 27 maggio del 1980, viene rievocato dalle memorie di chi, come il capitano dei carabinieri Domenico Di Petrillo, guidò quelle operazioni. L'ufficiale racconta come i suoi uomini riuscirono a individuarla mentre si trovava ai tavolini di un bar in piazza Cesarini Sforza, affacciata sul Corso Vittorio Emanuele, in compagnia di altri due individui. Il capitano, richiamato sul posto via radio, la vide personalmente in quell'occasione. Di Petrillo, nel ricostruire i fatti, ha anche fatto riferimento alla figura di un infiltrato, la cui collaborazione, secondo la sua versione, fu resa possibile da un'offerta del Partito Comunista Italiano al generale Dalla Chiesa, un dettaglio che getta un'ulteriore luce, per quanto controversa, sulle intricate relazioni tra forze dell'ordine e politica in quel particolare frangente storico.
Il lascito di due destini intrecciati
Quello che rimane, al di là delle sentenze e delle ricostruzioni processuali, è l'intreccio indelebile di due destini segnati dalla stessa mano e da una violenza che ha prodotto vittime dirette e familiari sopravvissuti, costretti a un fardello di memoria e a un confronto, personale e pubblico, con il concetto stesso di giustizia. La vicenda umana di Giovanni Bachelet, che ha scelto la via del perdono cristiano, e quella di Anna Laura Braghetti, che ha portato per sempre con sé il peso della sua partecipazione a due dei delitti più emblematici della strategia della tensione, continuano a parlare al presente, offrendo, ciascuna a proprio modo, una lezione di diritto e di umanità che va ben al di là della semplice cronaca nera, toccando le corde più profonde del rapporto tra colpa, espiazione e riconciliazione.




