Referendum, Bachelet a Trieste: “Impegnarsi perché tutti votino consapevolmente”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha scelto un simbolo pacato ma di rottura, una felpa con su scritto “un sereno No da chi ha fame e sete di giustizia”, per presentarsi all’incontro di Trieste. Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, il vicepresidente del Csm ucciso dalle Brigate Rosse nel 1980, e oggi presidente nazionale del “Comitato della società civile per il No”, è intervenuto nella città giuliana spostando l’asse del dibattito referendario lontano dalle barricate della politica. L’appuntamento, promosso dal “Comitato Giusto dire No”, è servito a ribadire un concetto che per Bachelet, fisico di professione e uomo abituato al rigore del metodo scientifico, dev’essere alla base della scelta del 22 e 23 marzo: la necessità di un’informazione capillare e approfondita. Non si tratta, ha scandito davanti alla platea, di una mera contesa tra correnti politicizzate o tra maggioranza e opposizioni, né tantomeno di un voto che riguarda l’attuale esecutivo e il suo operato. Il nodo, per chi guida il comitato che riunisce pezzi di società civile e associazionismo, è ben più profondo e strutturale, perché modificare la Carta, alterando gli equilibri tra poteri dello Stato, significa intervenire su un meccanismo di pesi e contrappesi destinato a durare per generazioni -6.

Nel suo intervento, Bachelet ha voluto sgombrare il campo da quelle che ritiene letture riduttive del quesito referendario, invitando i cittadini a guardare al merito sostanziale di una riforma che incide sull’architettura costituzionale disegnata dai padri costituenti. “Cambiare la Costituzione”, ha spiegato, “è qualcosa che cambia gli equilibri del potere fra il potere giudiziario e il potere legislativo esecutivo, e ha a che fare con le prossime generazioni, con lo stato di diritto e con l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge” -6. Una posizione, la sua, che trae linfa anche da una storia personale segnata dal terrorismo e da una coerente visione della giustizia riparativa: lo stesso Bachelet, del resto, non ha mai fatto mistero del suo rispetto per chi ha scontato la pena, come dimostrato dalle parole pronunciate alla morte di Anna Laura Braghetti, una delle sue attentatrici, a riprova di una fede incrollabile nell’articolo 27 della Costituzione e nella sua funzione rieducativa -9.

Il nodo dell’Anm e il “non detto” della riforma

Mentre il fronte del No cerca di mobilitare il paese porta a porta, evocato nei giorni scorsi dal segretario della Cgil Maurizio Landini durante la presentazione romana della campagna, emerge con prepotenza una conseguenza giuridica della riforma di cui si parla poco nei talk show. Se il referendum dovesse sancire la separazione delle carriere, l’Associazione nazionale magistrati (Anm) così come la conosciamo oggi si troverebbe in una condizione di illegittimità sostanziale. L’attuale Statuto, all’articolo 1, definisce l’associazione come composta da “tutti i magistrati ordinari appartenenti all’ordine giudiziario italiano”, un presupposto che verrebbe meno perché la nuova formulazione dell’articolo 104 della Carta prevede due ordini distinti, quello giudicante e quello requirente -2. Una sola associazione sindacale, dunque, non potrebbe giuridicamente rappresentare due ordini separati, con carriere e reclutamenti differenti, e sarebbe costretta a sciogliersi, a scindersi in due soggetti distinti o a rifondarsi come federazione. Un tema, questo dello scioglimento di fatto dell’Anm, che rappresenta il grande “non detto” della riforma targata Nordio, discusso a porte chiuse ma mai apertamente confessato in campagna referendaria.

Parallelamente, la macchina del No si muove su più fronti, consapevole che i sondaggi, pur riducendo il distacco, vedono ancora il Sì in vantaggio, attestato intorno al 53% contro il 47% -3. A Trieste, come in altre città italiane dove il comitato “Giusto dire No” sta organizzando incontri, l’obiettivo dichiarato è difendere l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo, un principio che i promotori leggono come messo in discussione dall’impianto complessivo della legge. La presenza di Bachelet, con la sua autorità morale e il suo profilo distante dalle logiche di partito, serve proprio a testimoniare che la battaglia per il No non è solo uno schieramento politico, ma una scelta di campo civile a difesa dell’assetto costituzionale. Una scelta che, nelle sue parole, non può prescindere da una partecipazione consapevole: “ogni voto conta, e tutte e due le parti sono stimolate a far propaganda. A questi tipi di referendum di solito vanno in tanti a votare. Io spero che succeda anche adesso, perché penso che su una cosa così importante, che non ha avuto una grande maggioranza in parlamento, bisogna che i cittadini dicano la loro” -6.

Creatività comunicativa e tensioni politiche

A rendere più complesso il quadro, a un mese esatto dal voto, contribuisce anche il clima di crescente nervosismo all’interno della maggioranza. Sebbene i sondaggi prospettino una battaglia aperta all’ultimo voto, con il Sì che beneficia di un certo risalto mediatico, non mancano le fibrillazioni legate ad alcune dichiarazioni giudicate “boomerang” dal fronte governativo. Il riferimento implicito, in molti commenti raccolti negli ambienti politici, è alle parole del Guardasigilli Carlo Nordio che, in più occasioni, ha alzato i toni al punto da indurre il Presidente della Repubblica a presiedere una riunione del Csm per respingere l’accusa, rivolta da alcuni esponenti del governo allo stesso organo di autogoverno, di funzionare secondo un “sistema paramafioso”. Un’escalation verbale che rischia di ritorcersi contro i promotori del Sì, polarizzando un dibattito che, sulla carta, i partiti di centrodestra vorrebbero mantenere ancorato ai contenuti tecnici della riforma, evitando la contrapposizione frontale con la magistratura.

Intanto, nelle piazze e nei comitati, la campagna per il No rilancia con iniziative che cercano di intercettare anche il voto di chi non si riconosce negli schieramenti tradizionali. La felpa di Bachelet, con quel richiamo biblico alla “fame e sete di giustizia”, è diventata in poche ore un’icona per i sostenitori del fronte contrario alla modifica costituzionale. Un’immagine che prova a unire idealmente il rigore del padre Vittorio, ucciso per la sua difesa delle istituzioni, e l’impegno laico e trasversale di chi vede nella riforma un pericolo per l’autonomia della funzione giudicante. Nei prossimi giorni, il comitato triestino, nato su impulso di quello nazionale presieduto da Bachelet, darà vita a una serie di incontri pubblici per approfondire i contenuti del quesito, nella speranza di coinvolgere quella fetta di elettorato che, stando ai sondaggi, è ancora incerta o poco informata sulla portata della consultazione -1.

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