Referendum giustizia, tra mobilitazioni in provincia e scontri sul merito della riforma
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Redazione Interno
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A poco più di una settimana dal voto del 22 e 23 marzo, la campagna per il referendum confermativo sulla riforma della magistratura entra nella sua fase più calda, con iniziative capillari che cercano di intercettare un’elettorato spesso disorientato dalla complessità dei sette articoli della Costituzione sottoposti a revisione. Il confronto, lungi dal rimanere confinato nelle aule parlamentari o nei salotti televisivi nazionali, si sta giocando soprattutto sul territorio, in una miriade di appuntamenti pubblici pensati per orientare i cittadini tra i quesiti, ma che inevitabilmente finiscono per riflettere la profonda polarizzazione politica e culturale che caratterizza questa consultazione. La posta in gioco è alta, perché non si tratta di una legge ordinaria, bensì di una modifica dell’ordinamento giudiziario che incide sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, toccando nervi scoperti del nostro impianto costituzionale come l’indipendenza della magistratura, il suo sistema di autogoverno e la stessa fisionomia del pubblico ministero.
L’ex magistrato Palamara e il fronte del Sì in provincia di Cuneo
In questo scenario di mobilitazione diffusa, la provincia di Cuneo si distingue per un fitto calendario di incontri che vedranno salire in cattedra esponenti di primo piano di entrambi gli schieramenti. Tra gli appuntamenti più attesi, e certamente tra i più controversi, spicca quello in programma mercoledì 18 marzo alla Sala Falco della Provincia, dove l’ex magistrato Luca Palamara interverrà per un incontro dal Titolo inequivocabile “Vota Sì per liberare la magistratura dalle correnti”. La presenza di Palamara, figura cardine di quello che è passato alla storia come il “Sistema” di gestione del potere nelle correnti magistratuali, non è ovviamente neutrale. Egli, che delle logiche correntizie è stato al contempo protagonista e, successivamente, cantore attraverso il suo libro-intervista, rappresenta per il fronte del Sì la testimonianza vivente della necessità di una cesura netta con un passato fatto di scambi di favori e carrierismo. La sua narrazione, incentrata sui mali del magistrato che diventa politico, punta a convincere l’elettorato che la separazione delle carriere e lo “spacchettamento” del Consiglio Superiore della Magistratura in due distinti organi siano l’unico modo per restituire trasparenza e credibilità a un ordine giudiziario percepito come casta autoreferenziale.
Le argomentazioni del No e la difesa dell’indipendenza della toga
Sul versante opposto, le ragioni del No trovano una loro articolazione in numerosi incontri pubblici che punteggiano il fine settimana e l’inizio della prossima settimana nel cuneese. Lunedì 16 marzo, il teatro Toselli di Cuneo ospiterà un confronto diretto, voluto dall’Ordine degli avvocati, che metterà di fronte le posizioni del giornalista Massimo Giannini e di Flavia Panzano, portavoce del No, a quelle degli avvocati Dora Bissoni e Gian Domenico Caiazza, sostenitori del Sì. È in queste sedi che trovano spazio le argomentazioni di chi, come Giovanni Bachelet alla guida del comitato “Società civile per il No”, vede nella riforma non tanto un’operazione di trasparenza, quanto piuttosto un disegno volto a rendere la magistratura più docile. La definizione di “specchietto per le allodole” data alla separazione delle carriere, o la preoccupazione per l’introduzione del sorteggio dei componenti del CSM – un meccanismo che, secondo i critici, svilisce la competenza e apre la porta al caso in un organo di rilievo costituzionale – sono temi che ricorrono nei dibattiti. L’avvocato Franco Moretti, del comitato “Avvocati per il No”, ha sottolineato come la riforma non parli ai cittadini e ai loro problemi, ma rappresenti piuttosto un’offerta della politica per tutelare se stessa, indebolendo quel baluardo di legalità che, nei desiderata del fronte del No, deve rimanere saldo a prescindere dall’esecutivo di turno.
Il nodo della procedura e il rischio di una giustizia a due velocità
Al di là dei singoli comizi, la sostanza del dibattito si articola su nodi giuridici complessi che i relatori, sia a Cuneo che altrove, tentano di rendere accessibili. La riforma, come spiegano i documenti dei comitati, non si limita alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma istituisce due Consigli Superiori distinti e un’Alta Corte disciplinare, modificando radicalmente l’assetto disegnato dai costituenti. I sostenitori del No, come lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio, avvertono che il pubblico ministero, separato e reso una “casta a sé”, potrebbe trasformarsi in un “superpoliziotto”, perdendo quella cultura della giurisdizione che oggi lo obbliga, in teoria, alla ricerca della verità e non semplicemente della condanna a tutti i costi. Una deriva che renderebbe l’imputato più vulnerabile, specie se privo di difese eccellenti, e che stride con l’idea di una giustizia equa. A ciò si aggiungono le perplessità sulla genesi stessa della legge, approvata con un procedimento definito “blindato” che ha impedito qualsiasi modifica in Parlamento, e sulla decisione del governo di indire il referendum con largo anticipo, una mossa che, secondo alcuni giuristi, ha compresso i termini per la presentazione di richieste referendarie da parte dell’opposizione, sollevando non pochi dubbi di correttezza procedurale.
Le parole che infiammano la campagna elettorale
A infiammare ulteriormente gli animi, a pochi giorni dal voto, hanno contribuito dichiarazioni e passaggi a tratti molto duri, che hanno spostato l’asse del confronto dalla tecnica giuridica allo scontro politico frontale. Le parole della capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, la quale in un dibattito televisivo in Sicilia ha auspicato che con la vittoria del Sì ci si possa “togliere di mezzo la magistratura”, paragonandola a un “plotone di esecuzione”, hanno suscitato una reazione indignata e unanime da parte del fronte del No. Figure come Pier Luigi Bersani e Francesco Boccia hanno prontamente stigmatizzato la frase, ricordando i magistrati uccisi dalla mafia proprio perché incarnavano un presidio di legalità inviso ai poteri criminali, e leggendo in quelle parole la conferma di un disegno politico volto a ridurre i controlli sull’operato del governo. Dichiarazioni come queste rischiano di oscurare il merito delle questioni, trasformando il referendum in un voto sulla fiducia nella magistratura o, al contrario, sulla necessità di ridimensionarne quello che una certa retorica definisce l’”invadenza” nel campo della politica.




