Il referendum sulla giustizia, la mobilitazione dei fronti contrapposti e l’ombra del correntismo sulla riforma costituzionale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campagna che accompagnerà gli italiani fino al voto del 22 e 23 marzo, chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere in magistratura, vede ormai una netta polarizzazione tra i sostenitori del Sì e quanti, invece, si preparano a respingere il testo. A Roma, nella sede di Palazzo Wedekind, si è tenuta nelle scorse ore un’iniziativa dal Titolo “50 magistrati per il Sì”, promossa dalla consigliera laica del Csm Isabella Bertolini, eletta a Palazzo Bachelet nelle liste di Fratelli d’Italia, che da tempo non nasconde il suo impegno a favore della legge Meloni-Nordio. Cinquanta magistrati, su un totale di circa novemila toghe, hanno dunque manifestato il loro sostegno pubblico alla modifica dell’ordinamento giudiziario, un numero che i critici dell’attuale governance della magistratura ritengono comunque significativo se letto come sintomo di un malessere diffuso, al di là delle appartenenze correntizie. Il riferimento, neppure troppo velato, è a quelle dinamiche di potere interno che, secondo i fautori della riforma, avrebbero finito per minare la credibilità dell’intera categoria agli occhi dei cittadini, trasformando il Consiglio Superiore della Magistratura in un terreno di caccia per spartizioni e nomine pilotate.

Il fronte del No, la difesa dell’equilibrio costituzionale e la mobilitazione dal basso in Calabria

Parallelamente, le ragioni del “no” al referendum trovano spazio in iniziative come quella promossa dal circolo territoriale del Movimento Cinquestelle a Lamezia Terme, un incontro dal titolo inequivocabile: “Quando la politica vuole controllare la giustizia”. L’introduzione ai lavori, curata da Luigi Stranieri in qualità di coordinatore provinciale del Movimento, ha posto l’accento su quello che viene letto come un pericoloso strappo all’architettura costituzionale, un’alterazione del bilanciamento tra i poteri dello Stato che finirebbe per avvantaggiare l’esecutivo a discapito dell’autonomia della magistratura. L’accusa, mossa dai pentastellati, è che una vittoria del Sì finirebbe per scardinare il principio di uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, un fondamento della Repubblica che proprio nei tribunali trova la sua massima espressione e tutela.

Gazebo informativi e testimonianze dirette, la macchina del consenso nel centrodestra e le voci di chi ha subito un’ingiustizia

Sul versante opposto, l’attività di proselitismo non si ferma e anzi si intensifica con l’avvicinarsi della data della consultazione. A Cremona, gli attivisti di Fratelli d’Italia hanno allestito un gazebo in piazza Stradivari, davanti a Spazio Comune, per informare i passanti e distribuire materiale illustrativo. L’iniziativa, come confermato dal presidente cittadino Andrea Poggi, ha visto una partecipazione continua e interessata da parte dei cremonesi, segno che la questione giustizia riesce a intercettare un’attenzione che travalica gli schieramenti partitici. Non solo banchetti e volantinaggi, però: a muovere gli animi sono spesso le storie personali, quelle di chi si è sentito tradito da un sistema che avrebbe dovuto proteggerlo. In provincia, un’iniziativa di Forza Italia ha messo al centro proprio le testimonianze di vittime di quella che viene definita “ingiustizia subita”, storie capaci di suscitare brividi e che, secondo i promotori, rappresentano la dimostrazione più lampante della necessità di un cambiamento radicale. Erica Mazzetti, deputata azzurra, ha ribadito come questo referendum rappresenti una battaglia di libertà e democrazia, ispirata ai principi del garantismo, per una giustizia meno autoreferenziale e più indipendente. Un concetto, quello della magistratura che giudica se stessa, su cui anche Carolina Varchi, capogruppo di Fratellli d’Italia in commissione Giustizia alla Camera, ha speso parole nette in un intervento recente: la creazione di un’Alta Corte disciplinare esterna e la selezione tramite sorteggio dei componenti dei due distinti Consigli Superiori sarebbero gli unici strumenti per spezzare definitivamente quel vincolo, quasi parentale, che oggi lega i magistrati incolpati a coloro che sono chiamati a giudicarli.

Il nodo del sorteggio e la separazione delle carriere, il cuore tecnico di una riforma che divide la dottrina e la politica

Sostiene chi, come la Varchi, ha seguito da vicino l’iter della legge, che il solo modo per restituire trasparenza a un sistema oggi appesantito dalle correnti sia proprio quello di introdurre il sorteggio per i componenti togati del Csm, affiancando loro membri laici selezionati dal Parlamento in seduta comune e figure nominate dal Presidente della Repubblica, all’interno di una nuova Alta Corte disciplinare. Il testo della riforma, che modifica complessivamente sette articoli della Carta, non si limita a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, ma interviene in profondità sulla loro stessa governance, istituendo due Consigli Superiori distinti, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, entrambi presieduti dal Capo dello Stato. I sostenitori del Sì argomentano che si tratterebbe del coronamento di un percorso iniziato con l’introduzione del giusto processo nell’ordinamento, un modo per rendere effettiva la terzietà del giudice rispetto all’accusa, in un sistema processuale che dal 1988 ha formalmente assunto le vesti del modello accusatorio. Di parere diametralmente opposto i giuristi e i politici che si oppongono alla consultazione, come emerso anche nell’incontro di Marsala promosso dal M5S: per loro, la riforma non solo non risolverebbe i problemi strutturali della giustizia italiana, ma li aggraverebbe, piegando la Costituzione alle esigenze contingenti di una maggioranza politica e aprendo la strada a un controllo esecutivo sulla magistratura del tutto inedito nella storia repubblicana. Intanto, la macchina organizzativa si prepara per la tornata elettorale, con i seggi aperti domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 dalle 7 alle 15, in una consultazione che, trattandosi di un referendum confermativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di partecipazione per essere valida. L’esito dipenderà esclusivamente dalla maggioranza dei voti validamente espressi, un dettaglio tecnico che trasforma ogni singola scheda in un tassello decisivo per il futuro dell’ordinamento giudiziario italiano.

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