Il risveglio amaro del Filadelfia tra letame e striscioni: la contestazione a Urbano Cairo non si ferma nemmeno con l’arrivo di D’Aversa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è chi aveva immaginato che l’esonero di Marco Baroni e l’approdo di Roberto D’Aversa sulla panchina granata potessero rappresentare una sorta di tregua, un contentino per placare gli animi o quantomeno per deviare l’attenzione dalla crisi profonda che attanaglia il Torino. E invece no, perché la notte che ha preceduto il primo allenamento del nuovo tecnico – quello stesso pomeriggio in cui D’Aversa, dopo la presentazione ufficiale, avrebbe dovuto incontrare la squadra per iniziare a lavorare – è stata teatro di un “comitato d’accoglienza” ben diverso, organizzato da quella frangia di tifosi che non ha nessuna intenzione di abbassare la guardia. I cancelli d’ingresso del Filadelfia, storicamente il luogo del cuore per chi ama il Toro, si sono risvegliati imbrattati e offesi, con un cumulo di letame a fare da antifona a uno striscione quantomeno esplicito: «M... come Cairo» -5. Una iena che torna, insomma, e che dimostra come il malcontento non sia affatto legato alla singola gestione tecnica né tantomeno all’allenatore di turno, ma sia ormai incancrenito intorno alla figura del presidente.

La sensazione, camminando per le vie di Torino in queste ore, è quella di una città divisa a metà dal pallone ma unita nella bufera. Da una parte c’è una Juventus costretta a fare i conti con un primo semestre chiuso in rosso per 2,5 milioni di euro – pesano come macigni le operazioni di mercato e l’esonero di Tudor – e con la necessità di preparare la rimonta in Europa contro il Galatasaray dopo il 2-5 dell’andata, mentre in campionato il quarto posto si allontana sempre più -5. Dall’altra, però, c’è un Torino che vive una dimensione quasi surreale, perché se i bianconeri possono ancora giocarsi tutto domenica all’Olimpico contro la Roma, i granata sembrano invece prigionieri di una spirale che non lascia scampo. Il passaggio da Baroni a D’Aversa, lungi dal rappresentare una sterzata netta, è stato percepito dalla piazza come l’ennesimo tentativo tampone, l’undicesimo o forse il diciottesimo cambio in vent’anni di presidenza, tanto che ormai si perde il conto -5. E chi ama questi colori, chi li vive allo stadio e fuori, non ne può più.

È interessante, se vogliamo usare un eufemismo, notare come la contestazione abbia scelto proprio il Filadelfia come epicentro della propria rabbia. Non lo stadio, non i vialoni antistanti l’Olimpico, ma quel centro sportivo che rappresenta la quotidianità, il luogo del lavoro, il posto dove D’Aversa avrebbe dovuto cominciare a gettare le basi per quella salvezza che ad oggi appare quanto mai problematica. Il letame, in questo senso, non è solo un gesto vandalico fine a se stesso, ma una metafora pesante come un macigno: è il segno tangibile di come i tifosi considerino il valore della gestione attuale, un concime putrido sparso davanti alla porta di casa. E mentre il nuovo allenatore si preparava a varcare quella soglia per la prima volta, gruppi di ultras hanno voluto ricordargli – semmai ce ne fosse stato bisogno – che il suo arrivo non placherà la sete di giustizia di chi chiede a gran voce un cambio al vertice, e che il bersaglio rimane uno e uno soltanto -1.

Non è la prima volta, per carità, che Torino si sveglia con striscioni di fuoco. La storia recente è costellata di proteste, di curve lasciate vuote per interi primi tempi come accadde a novembre del 2024 contro il Monza, o di cortei partiti proprio dal Filadelfia per arrivare fino allo stadio, come avvenne nell’agosto del 2024 dopo la cessione di Bellanova e poi ancora nel settembre del 2025 -1. L’apice, se così vogliamo chiamarlo, fu la cosiddetta “marcia dei 20mila” del 4 maggio 2025, quando migliaia di persone sfilano per le vie della città in una giornata solitamente dedicata alla memoria del Grande Torino, mescolando il sacro e il profano in un mix di dolore storico e rabbia contemporanea -1. Ma questa volta c’è un elemento in più: la sensazione che si stia toccando il fondo, o che forse il fondo non sia stato ancora raggiunto e si stia scavando più in profondità. La squadra, va detto, è reduce da una prestazione definita “vergognosa” da più parti, con un 3-0 subito dal Genoa che ha fatto precipitare la classifica in una zona sempre più calda, con la Fiorentina pronta a ridurre il distacco a soli tre punti -2-7.

In questo clima incandescente, D’Aversa dovrà comunque cominciare a lavorare, cercando di ricucire uno strappo che però non è tecnico ma emotivo, e che forse va ben oltre le sue competenze. Perché il problema, ormai è chiaro a tutti, non è chi siede in panchina ma chi siede (o non siede) in tribuna, e quel letame davanti al Filadelfia altro non è che la fotografia impietosa di una frattura insanabile, di un amore tradito che si trasforma in livore -4. I giocatori, nel frattempo, dovranno preparare la partita contro la Lazio, e chissà quanti di loro, varcando quei cancelli, proveranno a non guardare quello striscione, a fingere che non ci sia, a concentrarsi solo sul campo. Ma il campo, in questo momento, sembra l’ultimo dei pensieri per chi vive di passione e non di rendita.

Numeri da retrocessione e fantasmi del passato

Se ci si sofferma un attimo sui numeri, viene quasi da rabbrividire. Con 47 reti subite, il Torino vanta la peggior difesa del campionato, una statistica che non si vedeva dagli anni della retrocessione del 1959, quando i gol incassati furono 55. Un dato che da solo racconta l’abisso in cui è precipitata la squadra, incapace di reggere l’urto con qualsiasi avversario, disorientata e scollegata in campo come se undici giocatori si fossero incontrati per caso la mattina della partita. I tifosi, quelli che continuano a seguire la squadra in trasferta nonostante tutto – come successo a Marassi, dove il settore ospiti era esaurito –, hanno fischiato senza sosta e intonato cori contro Cairo al triplice fischio, mentre la società, come sua abitudine, ha mandato a parlare solo Vlasic, lasciando l’allenatore e la dirigenza nel silenzio più totale. Un silenzio assordante, che stride con il rumore delle contestazioni notturne.

E dire che l’esonero di Baroni sembrava, nelle intenzioni, una mossa per dare una scossa. Invece, guardando la reazione della piazza, viene da pensare che ormai qualsiasi decisione venga presa da corso Galileo Ferraris venga letta attraverso la lente deformante della sfiducia. Persino la notizia, trapelata nei giorni scorsi, di un possibile interesse per lo stadio di proprietà – una trattativa lunga e complessa per l’acquisto dell’Olimpico Grande Torino – non ha sortito l’effetto sperato -6. I tifosi, ormai, non ci credono più. E mentre la Juventus, pur tra le sue difficoltà economiche e di classifica, può ancora pensare a obiettivi ambiziosi come il quarto posto o la rimonta europea, il Toro si ritrova a fare i conti con lo spettro della Serie B e con una contestazione che non accenna a placarsi, anzi. Il letame davanti al Filadelfia, alla fine, è solo l’ultimo atto di una tragedia che va avanti da troppo tempo.

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