Il giorno di D'Aversa inizia con letame e insulti per Cairo al Filadelfia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La nuova era di Roberto D’Aversa sulla panchina del Torino, quella che dovrebbe allontanare lo spettro della Serie B e che è stata ufficializzata con un contratto valido fino al prossimo giugno -2-8, si è aperta nel peggiore dei modi possibili, segnata da una contestazione feroce che nulla ha a che vedere con scelte tecniche o assetti tattici, ma che si concentra, come un fiume in piena di rabbia repressa, sulla figura del presidente Urbano Cairo. I cancelli d’ingresso del centro sportivo Filadelfia, luogo simbolo per eccellenza del sentimento granata e teatro del primo pomeriggio di allenamenti del successore di Marco Baroni, si sono presentati agli occhi dei cronisti e dei pochi presenti ricoperti di letame. Un gesto che, per la sua pesantezza e il suo significato inequivocabilmente offensivo, è stato accompagnato da uno striscione esposto ai cancelli di via Spano, un messaggio diretto e privo di qualsiasi mediazione linguistica che recitava: «M... come Cairo».

Il nuovo allenatore, presentato ufficialmente e chiamato a raccogliere i cocci di una gestione tecnica precedente che era diventata insostenibile dopo la sconfitta esterna contro il Genoa, quella che è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso -3, si è dunque trovato davanti a un comitato d’accoglienza che sembra provenire da un’altra epoca. Non certo per i metodi, purtroppo reiterati in certi frangenti del tifo organizzato, ma per la chiarezza del bersaglio: la contestazione, in questo avvio di rapporto tra la piazza e il nuovo tecnico, non è indirizzata all’uomo che siederà in panchina, bensì esclusivamente al proprietario della società. D’Aversa, che ha ereditato una squadra quindicesima con soli ventisette punti all’attivo, a +3 dalla zona calda della classifica -3, diventa così, suo malgrado, il testimone di un malcontento che serpeggia da tempo e che la società aveva cercato di arginare con un cambio di guida tecnica che arrivasse come una scossa in uno spogliatoio apparso spesso smarrito -10.

Un esonero annunciato e la scelta di un tecnico per la salvezza

La decisione di sollevare Marco Baroni dall’incarico, come è stato reso noto dai canali ufficiali del club, è maturata al termine di un periodo negativo durante il quale la squadra aveva raccolto una sola vittoria nelle ultime sette partite -3. Il pesante tre a zero subito in casa del Genoa è stato il risultato che ha reso evidente l’urgenza di un cambio di rotta, sebbene la classifica, pur preoccupante, non fosse ancora del tutto compromessa. L’avvicendamento era nell’aria, anche alla luce di altre pesanti sconfitte subite nelle settimane precedenti, come il sei a zero incassato contro il Como -3. Al suo posto, la dirigenza guidata da Cairo e dal direttore sportivo Petrachi ha puntato con decisione su Roberto D’Aversa, un allenatore che conosce bene le dinamiche della lotta per non retrocedere e che, nella sua carriera, ha vissuto promozioni esaltanti, come quelle ottenute con il Parma dalla Serie C alla Serie A, ma anche retrocessioni amare, come l’ultima sulla panchina dell'Empoli al termine della precedente stagione -2-8. Al tecnico, che oggi pomeriggio dirigerà la sua prima seduta al Filadelfia, è stato offerto un contratto che lo legherà al club soltanto fino al termine dell’attuale stagione -6-8, un chiaro segnale di come l’obiettivo sia esclusivamente il raggiungimento della salvezza senza ulteriori patemi.

Le possibili soluzioni tattiche per il Torino di D’Aversa

Ora, al netto della contestazione che ha macchiato l’inizio della sua avventura, l’attenzione per D’Aversa si sposta inevitabilmente sul campo e sulle scelte che dovrà compiere per ridare un’identità a una squadra che, con Baroni, aveva mostrato un’evoluzione tattica altalenante. Partito con l’idea di utilizzare il 4-2-3-1, come emerso durante il ritiro estivo di Prato allo Stelvio, il tecnico toscano aveva poi ripiegato sulla difesa a tre dopo le prime uscite ufficiali, stabilizzandosi, dall’autunno in poi, sul collaudato 3-5-2. D’Aversa, nella sua lunga carriera in panchina, ha spesso alternato i due sistemi di gioco: il suo modulo di riferimento, quello che lo ha reso celebre soprattutto ai tempi del Parma, è il 4-3-3 -1-5, ma nella sua ultima esperienza a Empoli ha utilizzato con frequenza anche la retroguardia a tre, variando l’interpretazione in base agli uomini a disposizione. Considerando la rosa attuale, povera di veri esterni d’attacco puri e ricca di centravanti di ruolo, è probabile che il neoallenatore scelga di dare continuità al sistema con tre difensori, magari evolvendolo verso un 3-4-1-2 che permetterebbe a Vlasic, uno dei pochi elementi in grado di saltare l’uomo, di agire con maggiore libertà alle spalle delle due punte, con Simeone che rappresenta una certezza nel ruolo di terminale offensivo -1-5. In difesa, particolare attenzione sarà riservata a Marianucci, già allenato da D’Aversa ai tempi di Empoli, che potrebbe trovare una collocazione da titolare nel terzetto arretrato -1.

Il peso di un’eredità pesante e la memoria di Gigi Radice

Mentre D’Aversa si prepara a iniziare questo suo nuovo e delicato capitolo professionale, l’immagine del Filadelfia imbrattato riporta alla mente, per contrasto, ciò che quel luogo rappresenta nella storia del Torino. È lì, infatti, che aleggia ancora lo spirito del grande Torino e di allenatori come Gigi Radice, il tecnico che negli anni Settanta plasmò una squadra memorabile, vincendo uno scudetto e sfiorandone un altro, e che chiuse la sua carriera proprio in Brianza, consigliando forse a un giovane attaccante di scuola Milan come D’Aversa i segreti del mestiere -4-9. Quel ragazzo, che con il Monza contribuì alla promozione in Serie B nel 1997, oggi si ritrova a dover raccogliere un’eredità complicata, lontana anni luce dai fasti del passato e pesantemente condizionata da un clima di insofferenza verso la proprietà che rischia di avvelenare l’ambiente. Il primo allenamento, previsto per questo pomeriggio, sarà quindi un banco di prova non solo per testare la condizione fisica e la risposta dei giocatori, ma anche per percepire la temperatura di un ambiente che, al di là degli striscioni e del letame, chiede risposte immediate sul campo.

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