Rubio: l'Iran ha perso il controllo di Hormuz, Teheran annuncia il blocco delle rotte illegali
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Redazione Esteri
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L'Iran ha perso il controllo completo dello Stretto di Hormuz. È la valutazione espressa dal segretario di Stato americano Marco Rubio, che durante una conferenza stampa ad Atene, al termine dell'incontro con il ministro degli Esteri greco Giorgos Gerapetritis, ha ricalcato le posizioni già sostenute dalla Casa Bianca definendo l'economia iraniana «in piena e assoluta caduta libera».
Secondo il capo della diplomazia statunitense, il volume di greggio che oggi attraversa lo stretto sarebbe ormai «quasi pari a quello che usciva prima dell'inizio del conflitto», circostanza che, a suo dire, dimostrerebbe come Teheran abbia smarrito la presa sulla via navigabile.
La risposta iraniana e la questione delle rotte alternative
Da Teheran arriva una replica affidata a Mohammadreza Naqdi, consigliere del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, che all'agenzia Fars ha annunciato la prossima chiusura di quelle che ha definito rotte di transito illegali. Naqdi ha spiegato che si tratta di corridoi creati danneggiando con esplosivi alcuni passaggi rocciosi dello stretto e utilizzati da piccole imbarcazioni dedite al contrabbando di petrolio, precisando che un numero limitato di queste rotte verrà bloccato.
La dichiarazione si inserisce in un quadro negoziale complesso: già nei mesi scorsi l'Iran aveva fatto sapere, tramite il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, di essere vicino a un'intesa con l'Oman sulla definizione di corridoi sicuri, chiarendo tuttavia che un eventuale accordo non avrebbe implicato di per sé la riapertura dello stretto.
Un passaggio strategico sotto pressione da mesi
Lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, rappresenta da decenni uno dei punti di transito energetico più critici del pianeta. Prima dell'escalation militare avviata alla fine di febbraio, vi transitavano quotidianamente tra i 45 e i 50 mercantili carichi di greggio e gas liquefatto; nelle settimane successive il numero è crollato a meno di venti unità al giorno, con punte di azzeramento nei momenti di massima tensione.
Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, la crisi ha già prodotto la più grave interruzione dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale, con circa dodici milioni di barili al giorno rimossi dalla circolazione dalla fine di febbraio. Il CEO del colosso commerciale Vitol, Russell Hardy, ha stimato che il mercato perderà almeno un miliardo di barili tra greggio e prodotti raffinati.
Le conseguenze sui mercati e le rotte asiatiche
Circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati a livello mondiale transita abitualmente da Hormuz, con una quota superiore all'ottanta per cento diretta verso i mercati asiatici, in particolare Cina, India, Giappone e Corea del Sud.
La chiusura de facto ha spinto il prezzo del Brent a un incremento del sessantatré per cento nel solo mese di marzo, superando il balzo registrato durante la prima guerra del Golfo nel 1990; analisti citati da agenzie internazionali stimano che un'instabilità prolungata potrebbe mantenere il greggio di riferimento tra i cento e i centonovanta dollari al barile.
Sul fronte assicurativo, i premi per il rischio di guerra applicati alle navi in transito nel Golfo hanno subito rincari significativi, mentre diverse compagnie di navigazione hanno scelto di rallentare o sospendere le spedizioni attraverso il corridoio marittimo.
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