Bulgaria, il populismo cambia volto: Radev vince e l’Ue teme un nuovo alleato di Mosca
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Redazione Esteri
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Era bastata una settimana, giusto il tempo per tirare un sospiro di sollievo, che già il quadro politico europeo si è rimesso in movimento. Se Viktor Orbán ha perso la poltrona in Ungheria, la vittoria lampo di Rumen Radev in Bulgaria – ex presidente, ex top gun dei cieli e ora nuovo strongman di Sofia – riporta sul tavolo di Bruxelles lo stesso identico, identico incubo: un Paese membro, posizionato strategicamente sul fianco orientale della Nato, che guarda a Mosca con occhi diversi rispetto ai partner occidentali.
La corsa del 62enne ex comandante dell’aviazione militare non è stata una semplice vittoria; è stata una débâcle per il vecchio establishment. Con il 44,59% delle preferenze alle elezioni legislative anticipate di domenica – le ottave, se contiamo quelle degli ultimi cinque anni segnati da un'instabilità cronica – la sua lista “Bulgaria progressista” ha spazzato via la frammentazione parlamentare che da tempo paralizzava il Paese. Parliamo di una maggioranza assoluta, conquistata con un'affluenza in deciso aumento (superata la fatidica soglia del 50%), un risultato che non si vedeva dai tempi delle amministrazioni guidate dalla destra filoeuropea.
L’illusione, quella un po’ sempliciotta secondo cui la scomparsa di Orbán avrebbe allineato i 27 come pianeti perfetti sulle magnifiche sorti progressive dell’europeismo, è già polvere. Al posto del “diavolo” ungherese, l’Unione potrebbe trovarsi di fronte un “pragmatico” pericolosamente efficace. Radev, infatti, non è un provocatore isolato come il leader di Fidesz; è un ex presidente della Repubblica, un pilota di MIG-29 con una visione geopolitica chiara che definisce “filo-bulgara” prima che filo-russa. Ha criticato duramente le sanzioni al Cremlino, definendole dannose per l’economia locale, e ha sempre osteggiato l’invio di aiuti militari a Kiev, gettando un'ombra lunga sulla tenuta del fronte occidentale.
Un ex presidente alla conquista del parlamento: l’effetto “sovranista” si moltiplica
Radev, che ha lasciato la presidenza (carica di garanzia) proprio per scendere nell’arena parlamentare, ha capitalizzato la rabbia sociale di un Paese stremato. Le proteste di fine 2025, scoppiate dopo il tentativo del governo di far passare una legge di bilancio impopolare, sono state la miccia. Lui, da par suo, le ha cavalcate promettendo guerra all’“oligarchia” e alla corruzione dilagante, un’arma a doppio taglio che ha fatto breccia in un elettorato stufo di compromessi al ribasso. E così, mentre i partiti tradizionali come il Gerb dell’ex premier Borissov crollavano al di sotto del 15%, il suo movimento ha ottenuto una legittimazione plebiscitaria che gli permetterà – probabilmente per la prima volta in decenni – di formare un esecutivo senza bisogno di quelle fragili e litigiose coalizioni che hanno affossato la crescita del paese.
La preoccupazione, però, è tutta geostrategica. La Bulgaria è un anello fondamentale nella catena logistica della Nato e dell’Ue, e Sofia ha adottato l’euro da pochi mesi, legandosi formalmente al destino comune. Radev lo sa, e la sua retorica rifugge lo scontro frontale per abbracciare una linea più subdola: chiede “pensiero critico” e “pragmatismo” a Bruxelles, parole che in codice significano la volontà di rivedere il sostegno a Kiev e di riallacciare i rapporti commerciali con la Russia. Il suo messaggio, durante la notte elettorale, è stato ambiguo: “Una Bulgaria forte in un’Europa forte”, ha detto, ma ha subito aggiunto che il continente ha bisogno di “risultati concreti” e non di “ambizioni morali in un mondo senza regole”.
La nuova via bulgara: terzo polo o vero assist per il Cremlino?
Dopo la sconfitta di Orban, l’asse anti-establishment potrebbe dunque non essersi indebolito ma semplicemente spostato più a est. La domanda che circola nei palazzi di Bruxelles non è più “se” la Bulgaria cambierà rotta, ma “quanto”. Radev, ex comandante dell’aeronautica, ha un profilo più disciplinato e tecnico rispetto al suo collega ungherese, il che lo rende forse più pericoloso: non rischia di finire isolato per una gaffe, ma potrebbe lentamente smantellare l’unanimità su file caldi come le forniture di munizioni. Per ora, si è limitato a escludere veti traumatici sugli aiuti a Kiev, ma la sua presenza al vertice del Consiglio europeo rappresenta una variabile imprevedibile.
E nell’attesa, mentre i riflettori si spengono sulla sconfitta di Budapest, Sofia si prepara a un’era nuova. Un’era in cui il leader, forte di un’aula che per la prima volta non è un campo minato, potrà negoziare con la Russia senza il filtro di un parlamento ostile. La festa per la fine del “nazional-sovranismo” in Europa, insomma, è già finita prima ancora di cominciare: perché se un populista esce dalla porta girevole dell’Ue, un altro – con i gradi di generale – è appena entrato dalla finestra.




