Pogacar domina il Tour de France e dedica la vittoria a Samuele Privitera
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Redazione Sport
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Tadej Pogacar, che ormai da anni incarna l’essenza stessa del ciclismo moderno, ha riconquistato la maglia gialla nella dodicesima tappa del Tour de France, quella che ha portato il gruppo sui Pirenei con arrivo ad Hautacam. Una vittoria annunciata, ma che assume un significato diverso dopo il tragico incidente che ha coinvolto Samuele Privitera, il diciannovenne ciclista imperiese morto durante il Giro della Valle d’Aosta.
"Voglio dedicare questa tappa a Samuele Privitera e alla sua famiglia", ha detto Pogacar alla tv francese, con la voce rotta dall’emozione. "È la prima cosa che ho letto stamattina, e ci ho pensato nel finale, a quanto possa essere duro e pericoloso questo sport". Le sue parole, più che il gesto atletico, hanno colpito chi seguiva la corsa, perché hanno ricordato ciò che spesso si dimentica: il ciclismo, dietro l’epica delle salite e il rumore delle ruote, nasconde rischi che possono trasformarsi in tragedia.
Quella di Hautacam è stata una tappa senza storia, almeno dal punto di vista agonistico. Pogacar, supportato da una UAE superiore alla concorrenza, ha gestito la corsa con freddezza, mentre Jonas Vingegaard – che pure aveva mostrato segnali di ripresa nella prima settimana – ha accumulato oltre due minuti di ritardo, vanificando le speranze della Visma Lease a Bike. La squadra olandese, che aveva provato a imporre un ritmo forsennato in salita, ha visto crollare uno dopo l’altro Simon Yates, Matteo Jorgenson e Sepp Kuss, lasciando Vingegaard isolato e incapace di reagire all’attacco dello sloveno.
Il Giro della Valle d’Aosta, invece, ha scelto di fermarsi. Un gesto raro, quasi anomalo in un mondo abituato a correre nonostante tutto, dove il dolore viene spesso relegato in secondo piano rispetto alla spettacolarità della competizione. Eppure, anche nel Tour de France, tra una fuga e l’altro, qualcuno ha trovato il modo di ricordare che il ciclismo non è solo numeri e classifiche.
Pogacar, che ormai sembra avere in pugno il suo terzo Tour, ha dimostrato ancora una volta di essere un campione dentro e fuori dalla bici. Ma la sua superiorità, in questa edizione, è stata resa ancor più evidente dall’incapacità degli avversari di opporre una resistenza credibile. Vingegaard, senza una squadra all’altezza, ha pagato caro ogni errore, mentre gli altri – da Remco Evenepoel a Primoz Roglic – sembrano già arresi all’idea di lottare solo per il podio.




