L’Aquila, diciassette anni dopo: il ricordo delle 309 vittime e una ferita ancora aperta
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Redazione Interno
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Sono le 3.32 del mattino, e il tempo – lo si capisce dai volti raccolti attorno ai luoghi che furono epicentro di una catastrofe – si è fermato di nuovo, seppure solo per un istante. Diciassette anni sono passati da quando la terra, con un ruggito sordo e implacabile, squarciò il cuore dell’Appennino centrale; eppure, per chi vive all’Aquila, quella scossa di magnitudo 6.3 del 6 aprile 2009 continua a vibrare nelle ossa, come un’eco che nessuna ricostruzione potrà mai silenziare del tutto. Le celebrazioni di quest’anno, che cadono in un 2026 particolare – la città infatti detiene il titolo di Capitale italiana della Cultura – hanno visto le istituzioni nazionali e locali stringersi attorno a un numero, 309, che non è soltanto una statistica, ma il peso specifico di altrettante vite spezzate. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha voluto aprire le riflessioni ufficiali con un messaggio nel quale definisce quel sisma «violento», capace di «spezzare vite, comunità, abitudini»; parole che, nella loro essenzialità, restituiscono la portata di una notte che cambiò per sempre il profilo stesso del Paese.
La notte che divise il tempo in un prima e un dopo
Alle 3.32 del mattino del 6 aprile 2009 – ve lo ricordate? – il tempo, per chi si trovava in quelle strade, si ruppe in due. Non è una metafora, bensì la percezione netta di chi ha visto i propri punti di riferimento sgretolarsi in ventitré secondi. Ventitré secondi: tanto è durata la scossa principale, un lasso irrisorio se paragonato ai lunghissimi anni di macerie e di attese che ne sono seguiti. Il terremoto rase al suolo interi quartieri della città, trasformò la Casa dello Studente in un mausoleo involontario – colpendo duramente i giovani, futuro di una terra già fragile – e costrinse oltre sessantacinquemila persone a lasciare le proprie case. I feriti furono più di milleseicento, un numero che da solo basterebbe a raccontare la violenza di quel risveglio, ma è il dato degli sfollati, quelli che vagarono per mesi tra alberghi della costa e tendopoli, a restituire la dimensione di una ferita collettiva rimasta aperta per un decennio e più.
Un anno speciale, una memoria che si fa cultura
Quest’anno, lo abbiamo detto, il ricordo assume una tonalità diversa. Il 2026, infatti, incorona L’Aquila come Capitale italiana della Cultura, un titolo che porta con sé l’onere di mostrare al resto della nazione non tanto la ricostruzione materiale – ancora lungi dall’essere completa, in alcune zone del centro storico – quanto la resilienza di una comunità che ha saputo rialzarsi senza dimenticare. Durante le cerimonie, la cittadinanza si è stretta in un silenzio quasi religioso attorno ai nomi delle vittime; un gesto, quello dell’ascolto collettivo, che restituisce il senso più autentico della parola “ricordare”. Non si tratta, badate bene, di una commemorazione retorica o fine a se stessa. Ricordare, come è stato ribadito più volte dagli organizzatori, significa «custodire la verità di quanto accaduto e trasmetterla alle nuove generazioni», ma anche riconoscere la «forza straordinaria» con cui la città si è rimessa in piedi, seppure zoppicante. Nessuna celebrazione, per quanto solenne, potrà mai colmare il vuoto lasciato da chi non c’è più; eppure, in questo 6 aprile 2026, c’è la consapevolezza che la memoria, se coltivata con rigore, diventa essa stessa un atto culturale e politico.
Tra le macerie del passato e gli occhi di chi verrà
Non ci sono, in questa ricorrenza, facili entusiasmi né canti trionfali. C’è piuttosto la fatica di chi ogni giorno convive con le cicatrici di un evento che ha messo in discussione l’intero sistema di prevenzione nazionale. Le 309 vittime – un numero che, lo si noterà, ritorna ossessivo come un mantra laico – rappresentano altrettante storie interrotte, e i loro familiari hanno portato per anni il peso di un dolore che la cronaca giudiziaria, con i suoi processi e le sue condanne, ha solo in parte risarcito. Oggi, a diciassette anni di distanza, l’Aquila non è più una città fantasma: il centro storico, seppure lentamente, riprende a popolarsi, e la candidatura a Capitale della cultura è anche un tentativo di riannodare i fili di un discorso interrotto. Ma guai a dimenticare che sotto quelle strade riasfaltate, sotto le impalcature dei cantieri che avanzano a singhiozzo, continuano a dormire macerie antiche. Il silenzio delle 3.32 del mattino, quello stesso silenzio che ieri si è ripetuto nelle piazze, è la risposta più vera a chi cerca una parola di conforto. Non c’è conforto, forse. C’è solo la determinazione a non voltarsi dall’altra parte.




