Eni, utile in calo a 1,3 miliardi nonostante la produzione voli: il buyback sale a 2,8 miliardi
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Redazione Economia
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Il trimestre appena archiviato dal gruppo guidato da Claudio Descalzi, ormai saldamente alla guida della compagnia per un mandato che ha segnato un record di longevità nel settore, consegna un quadro complesso ma coerente con le direttrici strategiche tracciate negli ultimi anni. Da un lato, i conti mostrano una flessione dell’8% dell’utile netto rettificato, sceso a 1,302 miliardi di euro: un dato che, pur restando al di sopra delle stime più caute del consensus (fermo a 1,29 miliardi), tradisce la pressione esercitata da un contesto esterno tutt’altro che stabile. L’apprezzamento dell’euro sul dollaro, un fattore che incide pesantemente sui bilanci delle major europee quotate in valuta americana, ha giocato un ruolo determinante in questa contrazione, insieme all'assenza di alcune plusvalenze straordinarie che avevano caratterizzato lo stesso periodo dell'anno precedente.
La corsa dell’upstream tra Angola e Indonesia
A bilanciare questa frenata degli utili ci ha pensato, come spesso accade nella storia recente dell'Eni, la macchina della produzione. L’estrazione di idrocarburi ha toccato quota 1,8 milioni di barili al giorno, segnando un incremento del 9% su base annua. Un risultato, questo, che non è frutto del caso ma di una campagna esplorativa particolarmente generosa: dai giacimenti dell’Angola – dove prosegue il ramp-up dei nuovi campi – passando per il Nord Africa fino ad arrivare al bacino di Kutei, in Indonesia. Proprio in questa regione asiatica, dove la compagnia ha recentemente preso decisioni finali di investimento per due hub di gas offshore, le scoperte di risorse hanno toccato quota un miliardo di barili complessivi. È questa la linfa che alimenta il “modello satellitare” caro a Descalzi, capace di monetizzare velocemente le scoperte attraverso piattaforme galleggianti e joint venture.
Il buyback vola, la cedola tiene
Se l’utile netto non ha entusiasmato i mercati più di tanto, la nota davvero dolente – o meglio, la sorpresa gradita – arriva dai piani di ritorno per gli azionisti. Il consiglio di amministrazione ha infatti annunciato un incremento del programma di buyback del 90%, portandolo da 1,5 a 2,8 miliardi di euro. Una mossa resa possibile dalla solida generazione di cassa operativa, le cui stime per l’intero esercizio sono state riviste al rialzo del 20%, arrivando a sfiorare i 13,8 miliardi. In altre parole, la macchina produttiva del gruppo sforna liquidità a sufficienza per permettersi di comprare massicciamente le proprie azioni senza intaccare la remunerazione ordinaria: il dividendo 2026 è stato confermato a 1,10 euro per azione, in crescita del 5% rispetto all’anno scorso.
Volatilità e giudizi degli analisti
Nonostante la delicatezza dello scenario macroeconomico, che Descalzi ha descritto come caratterizzato da “estrema volatilità”, le fondamenta del gruppo sembrano reggere l’urto. Sia chiaro, le banche d’affari hanno notato come l’utile operativo adjusted sia risultato leggermente inferiore alle attese, un dato che in teoria avrebbe potuto frenare l’entusiasmo. E invece le reazioni sono state positive: il Titolo ha guadagnato terreno a Piazza Affari, spinto proprio dalla generosità del nuovo piano di buyback. Gli analisti guardano con favore alla capacità del gruppo di trasformare l’incremento della produzione – previsto anche per il resto dell’anno tra il 3% e il 4% – in una liquidità concreta da restituire al mercato, confermando la solidità di un modello che punta tutto sull’efficienza operativa e sul successo della strategia satellitare.




