Il piano di Mps punta a 3,7 miliardi di utile al 2030, agli azionisti 16 miliardi di dividendi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La giornata di ieri ha portato alla luce i dettagli del nuovo piano industriale di Banca Monte dei Paschi di Siena, un documento, approvato dal consiglio di amministrazione presieduto da Nicola Maione, che delinea la strategia per il quinquennio 2026-2030 e che si fonda sull’integrazione ormai delineata con Mediobanca. L’operazione, che porterà alla creazione di quello che viene definito il “terzo polo” bancario italiano, promette di ridisegnare gli equilibri del settore, forte di una base clienti che supera i 7 milioni di unità. Gli obiettivi dichiarati dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio e dalla sua squadra sono ambiziosi e si traducono in numeri destinati a essere scrutinati dal mercato nelle prossime settimane, in vista della presentazione del piano di fusione e del concambio, prevista per il 10 marzo.

L’utile netto e la pioggia di cedole per gli azionisti

Il cuore del piano batte attorno alle proiezioni di redditività: l’utile netto adjusted è atteso a 3,7 miliardi di euro al termine del periodo di piano, con un traguardo intermedio fissato a 3,3 miliardi già nel 2028. A sostenere questa crescita, spiegano dagli uffici di Rocca Salimbeni, sarà un margine di intermediazione in salita fino a 9,5 miliardi, trainato da un tasso di crescita annuo composto del 4,6% e da un contributo crescente delle commissioni, che dovrebbero aumentare a un ritmo del 5,6% annuo. Parallelamente, si prevede un’ulteriore compressione del rapporto costi/ricavi, destinato a scendere dal 46% del 2025 al 38% nel 2030, un’efficienza operativa che dovrebbe derivare anche dagli investimenti in tecnologia, con oltre un miliardo stanziato per lo sviluppo di una piattaforma digitale avanzata e potenziata dall’intelligenza artificiale. La solidità patrimoniale, con un Cet1 ratio attorno al 16% per tutta la durata del piano, consentirebbe una generosa politica di remunerazione: il gruppo prevede un payout ratio del 100%, che si tradurrebbe in una distribuzione cumulata agli azionisti pari a circa 16 miliardi di euro lungo l’arco del piano.

Le sinergie e l’attesa per il concambio

Uno dei punti più attesi, e che ora trova una prima conferma, riguarda l’entità delle sinergie derivanti dalla piena integrazione con Mediobanca. Il management le ha stimate in 700 milioni di euro a regime, una cifra che riprende le indicazioni già emerse nei mesi scorsi e che al momento non sembra inrare margini di miglioramento sostanziali. Alcune voci di mercato, riportate nei giorni precedenti, lasciavano intravedere la possibilità di un innalzamento di tale stima, ma il piano si attesta su quel valore. Tuttavia, Lovaglio, durante la conference call con gli analisti, ha ribadito che l’integrazione procede nei tempi stabiliti, e che il prossimo appuntamento chiave, fissato per il 10 marzo, sarà quello in cui i consigli di amministrazione delle due banche – supportati dai rispettivi advisor – concluderanno le attività istruttorie per definire il progetto di fusione e, aspetto cruciale, il relativo rapporto di concambio. Un passaggio, questo, che determinerà il valore effettivo dell’operazione per gli azionisti di entrambi gli istituti.

La diversificazione del business e il ruolo di Generali

L’architettura del nuovo gruppo, come emerge dalla lettura del piano, punta a una diversificazione marcata dei ricavi. Il modello di business integrato vedrà un peso crescente dell’asset gathering e del wealth management, aree destinate a diventare un moltiplicatore di valore grazie alla combinazione delle reti di consulenza Widiba e Mediobanca Premier in un’unica piattaforma scalabile. Anche il rate & investment banking, insieme al private banking, confluiranno in un modello di “private investment banking” pensato per seguire gli imprenditori in tutte le fasi della creazione di valore. Particolare attenzione, in questo mosaico, merita la partecipazione in Generali, pari a circa il 13%, portata in dote da Mediobanca. Il piano conferma la volontà di mantenere l’investimento, visto non solo come un contributore di utili – attesi in crescita da 0,5 a 0,8 miliardi – ma anche come elemento di diversificazione e stabilità dei risultati del gruppo, un presidio che finisce per avere anche una rilevanza sistemica.

L’accoglienza del mercato e gli investimenti di Enel

Nonostante la solidità dei numeri presentati, la reazione di Piazza Affari è stata fredda, con il Titolo Mps che ha ceduto terreno, mostrando un calo superiore al 4% nella seduta. Gli investitori, probabilmente, avevano già scontato nei prezzi buona parte delle attese, e ora si concentrano sul nodo ancora irrisolto del concambio e sulla capacità del management di realizzare effettivamente gli obiettivi, in uno scenario macroeconomico complesso e con i tassi di interesse destinati a muoversi. In una giornata ricca di spunti per chi segue la finanza, si è distinto anche il nuovo piano strategico di Enel per il triennio 2025-2028, che ha ricevuto una accoglienza positiva. Il colosso elettrico guidato da Flavio Cattaneo ha pianificato investimenti per 53 miliardi di euro, una cifra superiore di 10 miliardi rispetto al piano precedente, con una netta accelerazione sulle reti – a cui andranno oltre 26 miliardi – e sulle energie rinnovabili, che assorbiranno circa 20 miliardi, in un’ottica di crescita trainata dalla domanda di elettricità legata allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei data center.

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