L’Antartide non è un monolito: per la calotta occidentale il punto di non ritorno potrebbe essere già stato superato
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Non è corretto pensare all’Antartide come a un’unica, indistinta distesa di ghiaccio perpetuo, e gli studi più recenti, condotti da team internazionali di primaria importanza, contribuiscono a demolire questa percezione comune, rivelando invece un continente composto da diversi bacini, ciascuno caratterizzato da una propria soglia critica di sensibilità al riscaldamento globale. Una nuova analisi, realizzata dai ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research (Pik) e del Max Planck Institute of Geoanthropology (Mpi-Gea), ha infatti evidenziato come alcune aree dell’Antartide occidentale, la cosiddetta West Antarctica, possano aver già varcato quella soglia, nota come punto di non ritorno, nonostante l’attuale riscaldamento globale si attesti attorno a +1,3 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale (anche se alcune rilevazioni parlano di +1,4°C, con l’Europa che tra l’altro si riscalda a una velocità doppia rispetto alla media del pianeta). Le simulazioni condotte con il Parallel Ice Sheet Model (Pism), aumentando gradualmente la temperatura media globale e mappando le risposte dei singoli bacini, suggeriscono che circa il 40 per cento del ghiaccio complessivamente immagazzinato in questa regione sarebbe ormai destinato a una perdita irreversibile nel lungo termine, un processo che, come spiegano gli scienziati, non rimane confinato entro i limiti del bacino di origine, ma può innescare reazioni a catena in quelli adiacenti, accelerando ulteriormente il fenomeno.
Alla ricerca degli archivi del clima sepolti sotto il ghiaccio
Per comprendere le dinamiche profonde e millenarie che regolano la vita della calotta, e per affinare i modelli predittivi, la comunità scientifica sta letteralmente scavando nel passato remoto del pianeta. Nell'ambito dell'iniziativa internazionale SWAIS2C (Sensitivity of the West Antarctic Ice Sheet to 2°C), un team di esperti provenienti da dieci nazioni, tra cui l'Italia con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) e diverse università, ha portato a termine un'impresa tecnica notevole: perforare la coltre glaciale nel sito Crary Ice Rise, a 700 chilometri dalla base Scott, nel Mare di Ross. L'operazione ha permesso di estrarre una carota di sedimenti lunga complessivamente 228 metri, l'archivio climatico più profondo mai recuperato al di sotto di una calotta glaciale, e la cui analisi potrebbe fornire dati risalenti fino a 23 milioni di anni fa. La speranza, spiegano i coordinatori del progetto, è quella di trovare prove geologiche dirette di cosa accadde in epoche passate, quando la temperatura globale era superiore di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, per capire se la piattaforma di Ross, che oggi funge da gigantesco tappo per la calotta occidentale, possa collassare definitivamente, provocando un innalzamento dei mari stimato tra i 4 e i 5 metri.
Le possibili traiettorie future per la penisola antartica
Parallelamente alle carotaggi geologici, la ricerca si avvale di modelli matematici sempre più sofisticati per delineare gli scenari futuri, e un articolo pubblicato su Frontiers in Environmental Science, firmato tra gli altri da Bethan Davies dell’Università di Newcastle, ha provato a quantificare la posta in gioco per la Penisola Antartica, un’area particolarmente vulnerabile e oggetto di studi approfonditi. Gli scienziati hanno elaborato proiezioni basate su diversi livelli di emissioni, da quello più ottimistico (contenuto entro +1,8°C entro il 2100) a quello più estremo (+4,4°C), incrociando le variabili che riguardano gli ecosistemi marini e terrestri, la criosfera e gli eventi meteorologici estremi. In uno scenario ad alte emissioni, l’Oceano Antartico subirebbe un riscaldamento molto più rapido, e questo andrebbe a erodere i ghiacci dalla base, aumentando la probabilità di collassi delle piattaforme. Nella situazione più critica tra quelle modellate, la copertura del ghiaccio marino potrebbe ridursi addirittura del 20 per cento, un dato che avrebbe conseguenze devastanti non solo per il livello dei mari, ma per l’intera catena alimentare, a partire dal krill, base dell’alimentazione di balene e pinguini.
La fragilità di un ecosistema unico e le sue ripercussioni globali
I cambiamenti in corso, seppur lontani dalle aree densamente popolate del pianeta, non restano confinati al continente bianco, ma si propagano attraverso complessi meccanismi di circolazione oceanica e atmosferica, andando a modificare equilibri che hanno ripercussioni globali. La stessa comunità scientifica, come emerge dalle dichiarazioni dei ricercatori, osserva con preoccupazione l’accelerazione di fenomeni un tempo considerati lenti, come il ritiro dei ghiacciai o il moltiplicarsi di ondate di calore anomale in quella regione. Peter Convey, del British Antarctic Survey, che frequenta l’Antartide sin dal 1989, ha raccontato come l’impressione di un paesaggio immutabile e dominato dal gelo, che colpisce il visitatore occasionale, lasci il posto, a chi torna più volte, alla consapevolezza di mutamenti profondi e continui. Se le temperature continueranno ad aumentare, molte specie saranno costrette a spostarsi sempre più a sud, verso aree più fredde, ma se le loro prede non riusciranno a seguire lo stesso spostamento, l’intero ecosistema rischia un tracollo. L’unica via per evitare gli scenari più catastrofici, e per preservare almeno una parte della calotta e della biodiversità che ospita, è una riduzione drastica e immediata delle emissioni di gas serra.




