L'Antartide che cede e il destino delle nostre coste: cosa dicono le nuove ricerche
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Quando l’Antartide si scioglie, in Sardegna, come in ogni altra regione costiera del mondo, il mare guadagna terreno: è questo il legame, apparentemente distante ma scientificamente provato, che emerge da una serie di studi recenti, i quali disegnano un futuro prossimo già scritto nei ghiacci del passato. Una ricerca pubblicata sulla rivista Pnas, prendendo a modello l’Ultimo interglaciale – un periodo caldo tra 129 e 116 mila anni fa – dimostra come un riscaldamento oceanico relativamente modesto sia stato sufficiente a innescare un collasso esteso della calotta antartica occidentale, con conseguente innalzamento del livello marino globale di diversi metri. Quel che accadde allora, in un’epoca senza l’impronta dell’uomo, offre oggi una proiezione allarmante per le nostre latitudini, costringendoci a osservare i movimenti lenti dei ghiacci polari per comprendere il destino delle nostre spiagge.
L'effetto domino che parte dal Polo Sud
La dinamica, tuttavia, non si limita a una semplice relazione causa-effetto tra scioglimento e innalzamento delle acque. Una nuova indagine condotta dall'Università di Utrecht rivela un meccanismo climatico più complesso e controintuitivo, secondo cui il collasso della stessa calotta antartica occidentale potrebbe, in determinate circostanze, addirittura ritardare l’arresto completo della Circolazione Meridionale Atlantica, l'AMOC. Questo nastro trasportatore oceanico, che sposta verso l'Europa settentrionale un immenso flusso di calore equivalente a quello prodotto da un milione di centrali elettriche, vede il suo equilibrio minacciato principalmente dall’acqua dolce rilasciata dallo scioglimento della Groenlandia; l’acqua di fusione antartica, più densa e fredda, avrebbe al contrario un ruolo stabilizzante, in una sorta di delicatissimo contrappeso planetario le cui conseguenze ultime sono ancora oggetto di intenso studio.
Il punto di non ritorno del "Ghiacciaio dell'Apocalisse"
A rendere concrete queste proiezioni sono i segnali, sempre più inequivocabili, che arrivano dalla stessa Antartide. Il cosiddetto “Ghiacciaio dell’Apocalisse”, il Thwaites, sta infatti mostrando chiari segni di cedimento strutturale. Una sua porzione fondamentale, da anni sotto osservazione, sta progressivamente perdendo la connessione con l’ancoraggio sul fondale marino che ne garantiva la stabilità, un evento che gli scienziati ritengono possa preludere a una fase di ritiro accelerato e irreversibile. Questo grande frammento di ghiaccio, le cui dimensioni sono paragonabili a quelle di un intero stato, sta insomma perdendo la sua plurimillenaria battaglia contro le correnti oceaniche più calde che ne erodono la base, un processo che contribuisce direttamente all’innalzamento del livello del mare.
Uno scenario di due metri già scritto nel ghiaccio
La domanda cruciale, quindi, non è più se gli oceani saliranno, bensì quando e di quanto. La grande imputata in questo processo è proprio la calotta antartica occidentale, la West Antarctic Ice Sheet, che contiene una quantità di ghiaccio tale – se fusa completamente – da innalzare il livello medio globale dei mari di circa cinque metri, ridisegnando in modo drammatico le coste di tutti i continenti. Gli studi più aggiornati indicano che, anche seguendo gli scenari più ottimisti di contenimento delle emissioni, un innalzamento di due metri entro la fine di questo secolo è ormai considerato probabile, un evento che renderebbe vaste aree litoranee permanentemente sommerse e costringerebbe a ripensare radicalmente l’assetto di intere città e regioni.




