Parigi rilancia il nucleare, ma l’Italia deve ancora sciogliere i nodi normativi e tecnologici
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Redazione Economia
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Il richiamo alla sovranità energetica, riecheggiato con forza nella cornice della Seine musicale a Parigi durante il secondo vertice mondiale sull’energia nucleare, arriva in un momento di particolare tensione sui mercati delle materie prime. Con il greggio che sfiora i cento dollari al barile e il gas in rialzo, la dipendenza da fonti fossili importate, un tallone d’Achille per l’Italia, si fa sentire. Il presidente francese Emmanuel Macron lo ha ricordato chiaramente: il nucleare è una fonte di progresso, prosperità e indipendenza. Ma per l’Italia, che pure ha aderito all’impegno per triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050, la strada è ancora irta di ostacoli normativi e tecnici da superare, nonostante la spinta del governo e la nuova legge delega in discussione alla Camera.
Un percorso accidentato tra referendum passati e nuove autorizzazioni
La volontà politica, espressa dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, si scontra con una storia recente fatta di due chiare bocciature popolari, nel 1987 e nel 2011, che hanno di fatto congelato l’atomo in Italia. Il disegno di legge delega attuale, pur cercando di costruire un quadro di programmazione nazionale e di rafforzare l’autorità di sicurezza, deve fare i conti con una macchina burocratica complessa. In pratica, come osservano Mario Agostinelli e Giorgio Ferrari, qualora un progetto di reattore venga licenziato in un paese membro della Nea, come gli Stati Uniti, potrebbe beneficiare in Italia di un iter autorizzativo semplificato, una sorta di corsia preferenziale che preoccupa chi chiede maggiore cautela. La Convenzione sulla sicurezza nucleare, stabilita in ambito Aiea, obbliga infatti gli stati a un quadro legislativo rigoroso, ma la traduzione concreta di questi principi resta tutta da verificare.
Pichetto e la strategia italiana tra SMR e Alleanza europea
L’Italia, ha ribadito Pichetto Fratin a Parigi, non parte da zero. Dal 2023 è attiva la Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile, e lo scenario nucleare è stato integrato nel Piano Nazionale integrato per l’Energia e il Clima, con l’obiettivo di arrivare a una capacità installata tra 8 e 16 GW entro la metà del secolo, coprendo fino a un quarto del fabbisogno elettrico nazionale. L’attenzione, nel breve-medio termine, è puntata sugli Small Modular Reactors (SMR), una tecnologia di terza generazione avanzata su cui l’Unione europea vuole investire per non perdere terreno rispetto a Cina e Canada. Lo dimostra la partecipazione italiana all’Alleanza Nucleare dal giugno del 2025 e la costituzione di Nuclitalia, la società partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo che dovrà valutare le soluzioni più adatte al contesto italiano. Persino Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione europea, ha dovuto ricredersi sull’atomo, annunciando un fondo da duecento milioni di euro per sostenere gli investimenti e una sandbox normativa per testare i prototipi industriali.
I nodi irrisolti dei costi, delle scorie e dell’accettabilità sociale
Tuttavia, il ritorno al nucleare solleva interrogativi tutt’altro che secondari, che emergono con chiarezza dalle audizioni parlamentari sul disegno di legge. Se da un lato Sogin e l’ENEA promuovono il provvedimento, dall’altro esperti e associazioni ambientaliste invitano alla prudenza. Andrea Barbabella, della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ha evidenziato come i reattori SMR e AMR siano ancora in fase prototipale e non commerciali, e le evidenze disponibili sui costi mostrerebbero un aumento, non una riduzione. Sul fronte delle scorie, poi, il problema si ripropone in tutta la sua complessità: Francesco Bochicchio, già dell’ISS, ha citato uno studio secondo cui i rifiuti prodotti dai piccoli reattori sarebbero di volume superiore rispetto a quelli tradizionali. E mentre si parla di nuove centrali, l’Italia deve ancora risolvere la questione del Deposito Nazionale, con Sogin che prevede l’apertura del cantiere non prima del 2029. A ciò si aggiunge la difficoltà di trovare siti disponibili, un problema di accettabilità sociale che Legambiente non esita a definire centrale: dei 48 comuni individuati in passato per il deposito, nessuno si è mai dichiarato disponibile.
Le perplessità tecniche sulla complementarità con le rinnovabili
Uno dei nodi più dibattuti riguarda la reale integrazione del nucleare con un sistema elettrico sempre più basato su fonti rinnovabili. Mario Agostinelli, nel corso della sua audizione, ha portato all’attenzione uno studio delle Accademie Tedesche che smentisce l’asserita complementarità tra fissione e rinnovabili. In una rete altamente interconnessa e con grande penetrazione di solare ed eolico, il nucleare rischierebbe di essere un carico di base troppo rigido e di difficile programmazione, oltre che svantaggioso in termini di costi di investimento e gestione. Dall’altro lato, c’è chi come Andrea Bombardi di RINA difende la tesi opposta, definendo l’atomo complementare e indispensabile per ridurre i costi di sistema e i rischi di blackout, grazie anche alla possibilità di approvvigionare il materiale fissile da partner stabili come Canada o Australia, riducendo la dipendenza da aree geopoliticamente instabili.




