Il mercato dei vini no-lo cresce, ma l’Italia resta ferma per i nodi normativi
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Redazione Economia
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Mentre il mercato globale dei vini no e low alcohol, che oggi vale 2,4 miliardi di dollari, si prepara a raggiungere i 3,3 miliardi entro il 2028 – con un tasso di crescita annuo dell’8% a valore e del 7% a volume – l’Italia fatica a sfruttare questa tendenza. I dati, emersi dall’analisi dell’Osservatorio del Vino UIV-Vinitaly su base Iwsr, mostrano un settore in espansione in un contesto dove il vino tradizionale segna invece un -0,9% nei volumi e un timido +0,3% nei valori.
Eppure, nonostante le potenzialità, la produzione nazionale di vini dealcolati è bloccata fino al 2026. «Oggi il settore è fermo con le quattro frecce», ha denunciato a Vinitaly Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione italiana vini, riferendosi agli ostacoli normativi e fiscali che impediscono di avviare la filiera. Un paradosso, considerando che lo scorso dicembre era arrivato il via libera con un decreto ad hoc, rimasto però inapplicabile.
Intanto, all’estero si muovono già i colossi. Il gruppo LVMH, per esempio, ha investito in French Bloom, considerato il più prestigioso – e costoso – dealcolato in circolazione. Prodotto con uve Chardonnay nel Sud della Francia, viene venduto a 49,50 euro a bottiglia, cifra che lievita nei locali. Un segnale di come il mercato premium stia cavalcando l’onda no-lo, mentre l’Italia rischia di restare indietro.




