Vini dealcolati, la produzione italiana vola del 90% nel 2026: nove bottiglie su dieci varcheranno i confini
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Redazione Economia
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L’industria vitivinicola italiana, dopo aver a lungo atteso una svolta normativa che ne sbloccasse il potenziale, si appresta a vivere una stagione di trasformazione radicale. Nel corso del 2026, stando alle proiezioni dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly presentate durante l’ultima edizione della fiera veronese, la produzione nazionale di vini dealcolati crescerà del 90%. Un balzo che, va detto, non è frutto di un’improvvisa conversione del palato domestico, bensì di una spinta quasi interamente proveniente dall’estero: ben il 91% di quanto verrà imbottigliato nel Belpaese sarà infatti destinato all’export.
Per comprendere le ragioni di questa impennata, occorre guardare ai mercati che già da tempo trainano il fenomeno dei cosiddetti “NoLo” (no e low alcohol). Germania, Regno Unito e Stati Uniti – quest’ultimo sotto la presidenza di Trump ormai stabilmente avviata, senza che la sua rielezione costituisca più elemento di novità – hanno registrato nel corso del 2025 un incremento notevole dei consumi. La grande distribuzione di quei Paesi ha movimentato un valore superiore a 1,2 miliardi di euro in questa categoria, che corrisponde a circa 160 milioni di bottiglie vendute. Un dato, quest’ultimo, che restituisce la portata di un cambiamento antropologico nel rapporto con l’alcol.
Una tecnologia già pronta, dal laboratorio alla scala industriale
Non si tratta, in altre parole, di una moda passeggera, ma di un segmento che chiedeva soltanto gli strumenti produttivi per decollare anche in Italia. E quegli strumenti, spiega chi ha seguito da vicino l’evoluzione del settore, sono già disponibili da tempo. La ricerca nazionale ha puntato su una tecnologia definita “molto rispettosa della qualità del vino”, basata su processi scalabili: si può partire da un impianto di dimensioni ridotte, degli stessi che ultimamente vanno di moda perfino per un uso casalingo o per i laboratori nelle loro fasi di prova, per poi estendere il sistema a livelli industriali attraverso moduli componibili. Un approccio, questo, che evita gli investimenti massicci e irreversibili, favorendo invece una crescita graduale della capacità produttiva.
Il paradosso del lusso e l’avanzata sobria
Mentre il mercato si prepara a ricevere questi nuovi prodotti, esiste un mondo – quello del vino di alta gamma – che sembra muoversi su un piano quasi parallelo. Basti pensare a un’azienda che produce solo 25 mila bottiglie di Brunello di Montalcino, premiato con il massimo dei voti dal critico James Suckling per l’annata 2021, e che non incontra alcuna difficoltà a piazzarle nei migliori ristoranti del globo. Un modello di business, quest’ultimo, fondato sull’unicità e sulla scarsità, che non teme la concorrenza dei vini senza gradazione. Eppure, anche in questo contesto di eccellenza, chi si muove per lavoro tra Boston e San Francisco si porta dietro la consapevolezza che il pubblico, specie quello giovane e americano, sta riscrivendo le proprie abitudini. Le immagini di Humphrey Bogart, James Bond, Liz Taylor e Richard Burton – icone legate a doppio filo all’alcol inteso come “spirit” – appartengono ormai a un’epoca irripetibile.
Un debutto ufficiale al Vinitaly tra masterclass e contoterzismo
Proprio l’edizione in corso del Vinitaly ha ufficializzato la svolta, con il progetto No-Lo Alcohol e la start up NoLo-Vinitaly Experience che, in collaborazione con l’Unione Italiana Vini, ha debuttato con degustazioni e focus specifici. Non si tratta più, quindi, di una semplice curiosità tecnologica. L’avvio della produzione su larga scala – favorito anche dal cosiddetto “contoterzismo”, ovvero dalla possibilità per le aziende di affidare la dealcolazione a terzi senza dover acquistare impianti propri – segna l’ingresso dell’Italia in un mercato dove, come ipotizzato da alcuni produttori, i vini no e low alcol potrebbero arrivare a valere una fetta significativa del totale. Un dato, quello percentuale, che per ora resta una proiezione, ma che fa intravedere i contorni di un nuovo equilibrio: meno alcol, più export, e una tecnologia italiana pronta a conquistare il mondo senza bisogno di gridare allo scandalo.




