Un Vinitaly tra dazi, incertezze e il profumo (resiliente) del made in Italy
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Redazione Interno
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VERONA. La cinquantottesima edizione del Vinitaly, chiusa ieri i battenti tra i padiglioni di Veronafiere, consegna un’identikit complesso del settore vitivinicolo nazionale. Da un lato, c’è la consueta, straordinaria macchina organizzativa capace di attirare operatori da ogni angolo del globo; dall’altro, aleggiava il peso specifico delle crisi internazionali. A fare da sfondo, non solo la consueta bollicina, ma l’ombra lunga dei dazi statunitensi – che, come noto, sono tornati al centro dell’agenda commerciale globale – e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, le quali minacciano di inceppare le catene di approvvigionamento e far lievitare i costi dell’energia. Eppure, camminando tra gli stand, non si è avvertita un’aria di resa: piuttosto, quella di una resilienza quasi ostinata che da sempre contraddistingue questo comparto.
La Campania si racconta (e vende) con la metafora della vela
Tra le partecipazioni più riuscite, spicca senza dubbio quella della Regione Campania, che ha letteralmente “navigato” di fronte alla concorrenza. I numeri parlano chiaro: uno spazio espositivo di 5.600 metri quadrati, ispirato nella grafica e nel concept all’America’s Cup, che ha ospitato 170 aziende pronte a stappare circa 2.000 etichette diverse. Un’operazione curata dagli assessorati all’Agricoltura e alle Attività Produttive, in affiancamento con Unioncamere e la Camera di Commercio di Napoli, che ha trasformato il soggiorno veronese in una passerella per i vitigni autoctoni. L’assessora all’Agricoltura, Maria Carmela Serluca, ha sottolineato come questo “viaggio nei vini campani” sia stato anche un viaggio nei territori, una narrazione capace di unire l’eccellenza enologica all’imminente appuntamento con la vela nel Golfo di Napoli del 2027. Non sono mancati i riconoscimenti concreti, come il premio alla cantina Vitematta di Casal di Principe, un simbolo di riscatto sociale per aver recuperato terreni un tempo in mano alla criminalità organizzata.
L’appello di Coldiretti: «Liberateci da dazi e salutismo»
Se la politica ha fatto la sua comparsa in massa – con una nutrita rappresentanza del governo che ha “battuto” in presenza l’opposizione – il messaggio più schietto è arrivato dal palco degli agricoltori. Il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, ha lanciato un vero e proprio appello: rimuovendo le “catene” della burocrazia, dei dazi e delle campagne salutiste, il vino italiano potrebbe generare un tesoretto da 1,65 miliardi di euro. Una cifra, quest’ultima, che secondo l’organizzazione agricola rimane attualmente inutilizzata a causa di un contesto normativo percepito come ostile. Lo stesso segretario Vincenzo Gesmundo ha parlato di un vino “nato libero ma ovunque in catene”, prendendo di mira le etichette allarmistiche proposte a livello europeo, che a loro dire rischiano di assimilare il consumo moderato di vino a quello di sostanze decisamente più nocive.
Lollobrigida e la “bottiglia gigante” contro la guerra al vino
A catturare l’attenzione del pubblico, tra selfie e code fuori dagli stand, è stata una bottiglia lunga trenta metri e alta dieci: un’installazione voluta dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, diventata l’inconsueto simbolo di questa edizione. Il ministro, che ha battuto a tappeto i padiglioni stringendo mani e rassicurando gli imprenditori, ha voluto ridimensionare l’impatto immediato dei dazi, sottolineando come l’export tenga grazie alla resilienza del made in Italy. «Non c’è tariffa più cara di quella che dipinge il vino come un veleno», ha dichiarato ai cronisti Lollobrigida, scagliandosi contro quella che definisce una “follia” burocratica europea. Nonostante le rassicurazioni, però, la preoccupazione per il rallentamento delle spedizioni verso gli Stati Uniti – storicamente il primo mercato di riferimento – è rimasta palpabile tra i produttori, i quali guardano ora con crescente interesse agli accordi commerciali con India e Mercosur per diversificare le rotte d’export.
Tra dealcolati e nuove rotte: il mercato cerca una bussola
L’edizione 2026 ha anche rappresentato il banco di prova per i vini “dealcolati”, una nicchia che il governo ha voluto sdoganare per intercettare i nuovi consumi. Eppure, come riportano i resoconti di fiera, il grande pubblico non sembra aver premiato in modo massiccio questa novità: le folle si sono riversate laddove si stappavano bollicine tradizionali, mentre l’interesse per il NoLo (No e Low Alcohol) è rimasto circoscritto a un pubblico di specialisti. Al di là delle mode passeggere, il settore cerca di orientarsi in un mare di incertezze che comprende l’aumento del costo dei noli e dei fertilizzanti. Gli assessori campani hanno ribadito la strategia dell’identità territoriale per fare la differenza, puntando su sostenibilità e unicità dei vitigni autoctoni per conquistare i mercati asiatici e sudamericani, laddove i dazi americani hanno chiuso qualche porta, o quantomeno l’hanno resa più pesante da spalancare.




