Il soccorritore del lago di Braies: «Cento turisti sul ghiaccio mentre recuperavamo i cinque caduti in acqua»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ghiaccio che si apre sotto i piedi dei visitatori, nella domenica di Pasqua, ha restituito l’immagine di un cortocircuito ormai sistemico tra la fragilità della natura alpina e le logiche del consumo di massa. Simon Feichter, 39 anni, da diciannove veterano del Soccorso Alpino dell’Alta Pusteria, ha trascorso la sua giornata festiva a tirare fuori dalle acque gelide – la cui temperatura oscillava tra i 2 e i 3 gradi – cinque turisti finiti nella trappola della banchisa primaverile. La dinamica, in sé, non è nuova per chi opera in questo territorio: due ragazzini italiani di origine pakistana hanno visto la crosta cedere sotto i loro piedi, seguiti dal padre e da altre due persone accorse in loro aiuto, finendo tutti in un vortice di ipotermia imminente da cui sono stati estratti per tempo da altri presenti prima dell’arrivo ufficiale dei soccorsi.

Tuttavia, a colpire il soccorritore non è stato tanto l’incidente in sé – per quanto grave – quanto lo scenario surreale che lo circondava mentre lui e la sua squadra si adoperavano per mettere in sicurezza i malcapitati. Feichter racconta con una punta di amarezza che, sul posto, c’erano ancora un centinaio di persone che continuavano a camminare spensieratamente sulla superficie ghiacciata, nonostante l’evidenza della rottura appena avvenuta e nonostante i richiami dei vigili del fuoco e della segnaletica presente. «Da un lato veniva quasi da ridere – ha dichiarato – dall’altro l’istinto era dire: ma siete matti?». Una follia, la definisce lui stesso, pensare a cosa sarebbe potuto accadere se quella massa di persone, incurante del pericolo, fosse finita tutta contemporaneamente in acqua.

Il rischio sanitario e la “pallina di gelato” al sole

Dal punto di vista tecnico, la situazione per i cinque finiti sott’acqua era molto più grave di quanto potesse apparire dalla riva. Feichter spiega che sotto la crosta la temperatura raggiunge al massimo i 5 gradi, e che se una persona non viene estratta immediatamente, il rischio di ipotermia letale si aggrava in pochi minuti. Se i passanti non fossero intervenuti con prontezza, il bilancio avrebbe potuto essere tragico. E mentre loro operavano il salvataggio, la folla continuava a passeggiare sulla banchisa, paragonata dallo stesso soccorritore a «una pallina di gelato al sole»: un’immagine efficace per descrivere un ghiaccio che, con le temperature miti di questi giorni, perde portata minuto dopo minuto.

Non è la prima volta che accade, né tantomeno la seconda. Il Soccorso Alpino e i vigili del fuoco dell’Alto Adige tornano ciclicamente a lanciare i loro appelli, ricordando che il pericolo di cedimento è altissimo in primavera a causa dell’esposizione solare. Feichter rammenta che quattro anni fa, sempre a Pasqua, i suoi interventi si sono contati a ripetizione, e che lo scorso anno hanno dovuto persino estrarre dalle acque una madre con un neonato. «Succede spesso – dice – la gente non capisce, o forse non vuole capire».

Il paradosso dei divieti e il richiamo al buonsenso

Di fronte a chi invoca più cartelli, transenne o regolamentazioni ferree per arginare l’invasione di un luogo diventato virale grazie alla fiction “Un passo dal cielo”, la risposta del veterano alpino è sorprendentemente realista e anticonformista. Feichter è del parere che, se si regolamenta tutto, si finisce in un ginepraio di norme in cui nessuno sa più cosa fare, perdendo di vista l’unico strumento veramente efficace: la testa. Usa un paragone efficace: se da montanaro va al mare e non sa nuotare, non può incolpare l’assenza di una bandiera rossa. Il buonsenso dovrebbe arrivare anche dove non arrivano i divieti.

Il problema, a suo avviso, è la distrazione e quella che lui definisce una delega continua alla tecnologia o ai social network. La gente vede il ghiaccio e ci va sopra, nonostante l’aria sia mite e la superficie appaia visibilmente lucida e sciolta. «La gente non ci pensa – ripete – vede il ghiaccio e va, incurante del rischio». Eppure, le avvertenze non mancano: da anni le autorità locali ripetono che la copertura non è più portante, ma l’hotspot altoatesino continua a richiamare orde di visitatori in cerca dello scatto perfetto, pronti a ignorare la fisica elementare per un selfie.

Una domenica di ordinaria follia sullo specchio d’acqua

Mentre i cinque turisti venivano riscaldati con coperte termiche e trasportati all’ospedale di San Candido (per i due minori si è trattato per fortuna solo di una lieve ipotermia), i soccorritori hanno dovuto assistere impotenti a un altro spettacolo: oltre mille persone che passeggiavano tranquillamente sui sentieri intorno al lago, molte delle quali si avventuravano ancora sulla superficie ghiacciata nonostante l’emergenza in corso. Per Feichter e i suoi colleghi, intervenire in queste condizioni è di per sé un rischio professionale: per tirare fuori qualcuno devi entrare nella zona di pericolo, e se non hai almeno quattro metri di area ben ghiacciata sotto i piedi, rischi di finire in acqua anche tu.

L’episodio della domenica di Pasqua non ha avuto conseguenze tragiche solo per un caso, o meglio, per l’intervento tempestivo di alcuni passanti che non hanno esitato a gettarsi nella mischia prima dell’arrivo dei professionisti. Ma il messaggio che arriva dalle valli pusteresi è chiaro e amaro: il lago di Braies, con la sua acqua gelida e la sua crosta ingannevole, rimane un luogo dove la bellezza della natura si scontra quotidianamente con la leggerezza umana. «Non oso immaginare – conclude Feichter – cosa sarebbe successo se, in quel momento, cento persone fossero cadute in acqua contemporaneamente».

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