Il figlio dell'ex rettore è ordinario a 33 anni: due esposti chiedono chiarezza all'Anac
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Redazione Interno
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Un caso di presunti favoritismi accademici, che affonda le sue radici in quasi un decennio di dinamiche interne, scuote l'Università di Verona. La nomina di Riccardo Nocini, appena trentatreenne, a professore ordinario di laringoiatria – ruolo di vertice che si raggiunge di norma dopo una lunga carriera – ha sollevato un malessere diffuso tra ricercatori e specializzandi, sfociato nella presentazione di due distinti esposti all'Autorità Nazionale Anticorruzione. A firmarli, in una convergenza di intenti che di per sé parla di un clima teso, sono stati l'avvocato Stefania Flore per il movimento Bandi Universita e il dottor Massimo Minerva per l'Associazione Liberi Specializzandi, i quali chiedono, oltre a una sospensione cautelare della posizione, un esame approfondito della procedura concorsuale che ha portato all'assegnazione della cattedra.
Le tappe di una vicenda complessa
La ricostruzione dei fatti, come riportato da alcune testate locali, parte dal 2015, quando l'ateneo scaligero istituì il Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Odontostomatologiche e Materno-Infantili (Dscomi). A quel neonato dipartimento venne chiamato a dirigere Pier Francesco Nocini, che pochi anni dopo, nel 2019, sarebbe stato eletto rettore, carica conclusasi soltanto lo scorso 30 settembre. Proprio l'esposto presentato all'Anac, secondo quanto riferito, ripercorre in dettaglio questa sequenza temporale, unendo i vari tasselli amministrativi e accademici che avrebbero creato, secondo i denuncianti, un contesto favorevole. L'associazione Als-Fattore 2a Ets, voce critica del mondo della ricerca, ha espresso forti dubbi sulla regolarità del bando di ateneo, ipotizzando una violazione della normativa vigente che avrebbe agevolato l'ascesa del giovane figlio dell'ex rettore.
La risposta dell'università e il peso della reputazione
Davanti alle proteste, la rettrice in carica, Chiara Leardini, ha preso la parola dinanzi al Senato accademico, ammettendo senza giri di parole di condividere "un disagio profondo" per quanto sta attraversando l'istituzione. Pur riconoscendo la delicatezza della situazione, ha tuttavia sottolineato con forza la priorità di difendere la reputazione dell'intero ateneo, un bene che, ha affermato, trascende le opinioni personali. In questa ottica, ha sollecitato i direttori di tutti i dipartimenti ad avviare un percorso volto a rafforzare l'etica e la trasparenza nei futuri reclutamenti, una mossa interpretata da molti come un tentativo di disinnescare le polemiche e di tracciare una linea di condotta più chiara per l'avvenire.
Le inchieste e il principio di merito
Al di là delle dichiarazioni di intenti, resta il nodo centrale dell'inchiesta affidata all'Anac, la quale dovrà valutare se nel meccanismo che ha portato alla nomina si siano effettivamente celate irregolarità o scorrettezze. Il cuore della questione, del resto, tocca un principio cardine per qualsiasi università pubblica: la selezione del personale docente deve basarsi esclusivamente sul merito scientifico e sulle competenze dimostrate, in una gara leale e trasparente che escluda qualsiasi ombra di nepotismo o di influenze esterne. Gli esposti presentati mettono in dubbio proprio questo aspetto, chiedendo agli organi di controllo di fare piena luce su ogni passaggio, dalla stesura del bando fino alla valutazione finale della commissione giudicatrice.




