Lollobrigida ringrazia la Guardia di Finanza, il governo studia contromisure per il caro-carburanti legato alla crisi in Iran
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il ministero dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha voluto rivolgere un ringraziamento pubblico alla Guardia di Finanza per l’attività di vigilanza e controllo sul territorio, in un frangente in cui la tensione internazionale, complice il conflitto che vede coinvolti Stati Uniti e Iran, sta producendo effetti tangibili sulle tasche degli italiani. L’esecutivo, e lo stesso Lollobrigida lo ha sottolineato in un post sul proprio profilo Facebook, considera essenziale intensificare i monitoraggi per scongiurare manovre speculative e pratiche illecite che finirebbero per gravare ulteriormente su cittadini e imprese oneste, già alle prese con un contesto economico reso incerto dall’aumento dei prezzi delle materie prime. La Guardia di Finanza, in questo schema, diventa quindi un baluardo fondamentale per garantire che la filiera dei carburanti, dalla raffinazione alla pompa, non diventi teatro di ingiustificati arricchimenti.
Se da un lato si moltiplicano i controlli, dall’altro il governo è al lavoro per mettere a punto un pacchetto di misure economiche. Lo ha confermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nel corso del question time al Senato, dove ha illustrato come l’obiettivo sia duplice: da una parte sostenere i redditi più bassi con forme di compensazione per il caro-energia, dall’altra contenere i costi per le aziende dell’autotrasporto, settore tra i più esposti alle fluttuazioni del prezzo del diesel. Urso ha precisato che i provvedimenti verranno presentati alle parti sociali nei prossimi giorni, quando il governo avrà un quadro più chiaro sull’evoluzione e la durata del conflitto in Medio Oriente. Una cautela, questa, motivata dalla necessità di calibrare l’intervento senza ricorrere a misure provvisorie che potrebbero rivelarsi inefficaci. La tensione, nel frattempo, è emersa anche in Aula: il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha duramente attaccato Urso, accusandolo di incapacità e di essere un difensore del regime di Teheran, ricevendo una pronta replica dal ministro che lo ha invitato a verificare i suoi vecchi rapporti con l’ex presidente iraniano Rouhani. Uno scambio di accuse che testimonia quanto il tema dei rincari stia infiammando il dibattito politico.
Nel frattempo, l’impatto della crisi è sotto gli occhi di tutti, con i prezzi alla pompa che hanno raggiunto livelli da record. In alcune regioni, come ha rilevato un’analisi di Altroconsumo, l’aumento del gasolio tra fine febbraio e inizio marzo ha toccato punte vicine al 6%. In autostrada, il diesel con servizio ha superato abbondantemente i 2,6 euro al litro, una soglia psicologica che sta spingendo molti automobilisti, soprattutto quelli residenti vicino ai confini, a cercare rifornimenti dove i prezzi sono più bassi. È il caso, ad esempio, della Repubblica di San Marino e del comune di Livigno, zone caratterizzate da regimi fiscali agevolati che in queste settimane stanno registrando un autentico assalto da parte di chi cerca di risparmiare qualche decina di centesimi per litro. Una dinamica che, se da un lato solleva questioni di concorrenza territoriale, dall’altro fotografa l’estrema disparità dei costi sul suolo nazionale: non tutte le pompe di benzina, infatti, applicano le stesse tariffe, e la variabilità dipende da una serie di fattori logistici e fiscali che i consumatori più attenti stanno imparando a conoscere.
Meloni contro gli speculatori: pronti a tassare chi lucra sulla crisi
Di fronte a questo scenario, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di alzare la voce, puntando il dito contro chi approfitta dell’incertezza per gonfiare i prezzi in modo ingiustificato. Nel corso delle comunicazioni al Senato, la premier ha lanciato un avvertimento chiaro: il governo è determinato a contrastare qualsiasi forma di speculazione, arrivando se necessario a introdurre una tassazione extra per recuperare i profitti illeciti realizzati dalle società che operano lungo la filiera. Un’ipotesi, questa, che mira a colpire direttamente chi, secondo l’esecutivo, starebbe sfruttando la chiusura dello Stretto di Hormuz e le conseguenti turbolenze del mercato petrolifero per aumentare i margini a danno dei consumatori. La questione, però, è complessa e affonda le radici in una dipendenza strutturale dai mercati esteri che rende l’Italia particolarmente vulnerabile agli shock geopolitici. Quando il prezzo alla pompa sale, ha spiegato Meloni, l’istinto è spesso quello di puntare il dito contro i gestori, che però rappresentano soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga e articolata, che parte dai pozzi petroliferi e passa attraverso le raffinerie e le accise.




